Apr
21

Lingotto Fiere, 8-12 maggio 2014

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Il Bene, nelle sue implicazioni storiche, etiche e filosofiche, è il motivo conduttore della XXVII edizione del Salone del Libro.

L’attuale crisi ecologica, sociale ed economica porta alla visione di un futuro sostenibile, di uno sviluppo dove l’economia del Bene Comune sia sostenuta da iniziative private e governative. E la manifestazione torinese, tra le tante declinazioni dell’idea di bene, propone anche quella di Bene Comune:

Negli ultimi anni è cresciuta una sensibilità collettiva sul concetto e sulla pratica di Bene Comune nella gestione di risorse primarie e irrinunciabili, a partire dall’ambiente, dall’acqua ai farmaci salvavita, l’accesso a Internet, eccetera. È in discussione un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, un tempo affidato alle logiche di mercato.

Segnalo quindi il nostro piccolo contributo:

Piattaforme editoriali e disintermediazione: il testo che nasce nella scuola e l’equivoco del bene comune.

Giuseppo Dino Baldi (Responsabile Dipartimento Digitale, Giunti Scuola),
Maurizio Chatel (direttore editoriale, BBN editrice),
Gino Roncaglia (Università della Tuscia)
modera Giovanni Solimine (Università La Sapienza)

Editare un testo è una scelta che implica ampie considerazioni di carattere culturale e di etica del lavoro. In primo luogo, la certificazione delle fonti da cui la conoscenza deriva; il confronto tra self publishing e intermediazione può avvenire solo a partire da una base deontologica comune che garantisca il diritto a un’istruzione di qualità uguale per tutti (primum non nocere). In secondo luogo, l’intermediazione può garantire un lavoro intellettuale in grado di generare ricchezza e circolazione delle idee: in questo senso essa è Servizio.

Venerdì 9 maggio alle ore 20, spazio Book to the future

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Apr
15

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Qualche settimana fa un’amica docente ha postato su FB il link al blog di una collega. Vado a visitarlo e scopro che questa ha messo in bella vista, in una sezione apposita, una serie di testi per il libero download. Non si tratta di risorse prodotte da lei o da colleghi ma di testi della Zanichelli e della SEI, tanti, interi e interamente scaricabili. Anche se l’amica che aveva segnalato il blog ha cancellato la condivisione, immagino dopo essersi accorta della cosa, la voce ha iniziato a girare. Ci siamo chiesti, qui in BBN, se l’insegnante tenutaria del blog era consapevole di commettere un illecito che ha conseguenze penali, se si rendeva conto quindi del pericolo che stava correndo. Per cosa poi?
Nel mio intervento alla Normale di Pisa ho illustrato, anche al ministro che sedeva di fronte a me, alcuni potenziali rischi che possono correre gli insegnanti, quasi sempre inconsapevolmente e quindi in buona fede, pubblicando materiali per la scuola autoprodotti, ma certo non pensavo che l’ignoranza (o la leggerezza) rispetto alle norme sul diritto d’autore potesse portare qualcuno a diffondere illegalmente, e pubblicamente, interi testi scolastici.
Fatto sta che un’altra collega si prende la briga di avvisare l’autrice del blog, di farle notare che non è il caso di distribuire quei pdf. Non so esattamente come sia andata ma di certo non l’ha presa bene visto che, invece di ringraziarla, le ha tolto il saluto e l’ha bloccata su FB. Morale che i testi sono ancora lì, sul suo blog, anche se ora sono nascosti da una password.

Oggi mi è stato segnalato un altro insegnante che ha creato una pagina per i suoi allievi, si tratta di una bella spiegazione del programma che intende svolgere durante l’anno con allegati i materiali didattici: scaricate, studiate e poi ne parliamo. Testo di chimica della Zanichelli compreso. È possibile, mi è stato chiesto, che con la scusa della flipped classroom si mettano i libri coperti da copyright in pdf… liberamente scaricabili?
No, dico io, non è possibile, ma il fatto che qualcuno lo faccia lo stesso fa pensare che ci siano molti, troppi docenti che non conoscono la normativa o che sottovalutano le possibili conseguenze di un’azione di questo tipo. Tuttavia, anche se da tempo sostengo che un docente potrebbe davvero inconsapevolmente utilizzare una risorsa protetta (un’immagine per esempio) per confezionare materiale didattico, penso che la condivisione di un libro di testo intero di un noto editore sia una scelta consapevole. Dopo tutte le polemiche fatte sulle fotocopie, sui file musicali, sui film, sui software piratati e sui testi digitali stessi… ecco, penso che un insegnante che non si rende conto di commettere un illecito sia sufficientemente ottenebrato da meritarsi un TSO, e a quello che se ne rende conto dovrebbe saltare la cattedra da sotto il culo (e di fatto quello rischia) anche per via delle responsabilità educative.  E lo dice una che ha sempre sostenuto che la pirateria è un falso problema e che anni fa ha dichiarato pubblicamente in un convegno che di docenti bucanieri non ne aveva mai visti.

Non fraintendetemi, questo non è un “post denuncia”: non faccio nomi, non metto link. Per noi di BBN questo non è un problema, anche perché non ci tocca in modo diretto, però è un’occasione per ribadire che la produzione di contenuti da parte dei docenti, si intende contenuti da diffondere, DEVE essere in qualche modo mediata. Se ci sono docenti che non si rendono conto di rischiare il posto di lavoro violando il diritto d’autore pubblicando un intero testo, figuriamoci quanti non si rendono conto di correre lo stesso rischio “prendendo in prestito” fotografie, carte geografiche, illustrazioni ecc.

Sostengo da sempre che il libro di scuola deve nascere nella scuola stessa ma, per questa ed altre ragioni, la mediazione editoriale è una necessità. Certamente con nuovi modelli, anche economici (noi ne abbiamo proposto uno, altri dovranno darsi da fare), ma davvero non comprendo coloro che, con la scusa del digitale, vogliono buttare alle ortiche secoli di esperienza e competenza con la scusa della cultura “bene comune”, come se i beni comuni, acqua compresa, non fossero o non dovessero essere oggetto di lavorazione.

In questo articolo uscito ieri su La Stampa, dove si parla di testi autoprodotti sperimentati da molte scuole, orgoglio di una deriva populista ministeriale, si porta come esempio l’interessante esperienza anglosassone:

L’obiettivo è seguire l’esempio anglosassone: negli Stati Uniti e in Inghilterra la quasi totalità degli editori del settore scolastico hanno creato nel 2006 un consorzio per sviluppare una piattaforma comune di adozione, distribuzione e vendita dei contenuti digitali. Si chiama Coursesmart ed è una sorta di Amazon della formazione online dal 2007 con più di 15.000 titoli e risorse didattiche digitali disponibili in catalogo, che viene oggi utilizzato da più di 30.000 istituzioni scolastiche e da più di 3,3 milioni di studenti in tutto il mondo.

Editori, appunto.

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Mar
21

ma me lo avessero detto due anni fa non ci avrei creduto.

I miei cinque lettori (amici e parenti, forse sei con la suocera, che quindi mi conoscono bene) sanno che sono nata e cresciuta a Torino e che, oltre ad aver avuto una casa di famiglia in montagna, in zona Tav, ho molto frequentato per amore le langhe e per altro il canavese. Conosco quindi bene Torino e il Piemonte, che son due robe diverse, i torinesi, i contadini delle langhe e montanari della val Susa.
Non sono però una piemontese doc: da parte parte di madre ho origini emiliane ed è una benedizione.
Pur essendo geneticamente stanziale, i miei cinque lettori sanno che per periodi più o meno lunghi ho vissuto e vivo in altre regioni. La Liguria è stata la mia seconda casa, in particolare quella di levante, e da una decina d’anni risiedo in un paese tra Liguria e Toscana, zona Cinqueterre. Inoltre per un po’ di tempo ho passato tutta l’estate in Lazio e avendo un marito partenopeo tre mesi all’anno li vivo a Napoli.

Ora, pur avendo sempre la nostra casa nel paesino toscano, siamo in trasferta da quasi due anni accampati in un paese nel bel centro del Veneto. Il figlio ballerino quando ha passato l’audizione era troppo piccolo per andare a vivere da solo in convitto e così, con tre vestiti, cinque computer e un numero incredibile di caricabatterie, ci siamo spostati qui per un anno scolastico che per sventura è diventato due.
E abbiamo scoperto qui, e SOLO qui, un’altra Italia.

Non me ne vogliano gli amici veneti, con i quali comunque ci siamo già confrontati con il sorriso e gli altri chi se ne importa, se ora racconto qualche esperienza.

Primi giorni di scuola, terza media, riunione tra docente coordinatrice di classe, un altro collega, e una ventina di genitori. Conto quattro italiani e scopro che questa scuola raccoglie bambini di 37 nazionalità diverse. Ma la mascella mi casca quando sento la coordinatrice, docente di italiano storia e geografia, parlare in veneto tutto il tempo. Badate, non con accento veneto, in dialetto veneto.

La sera chiedo a mio figlio: ma la tua compagna di banco cinese come ha fatto a imparare l’italiano? Non parla italiano, mamma, parla veneto.
E impieghiamo pochi giorni per renderci conto che anche la rumena che gestisce la lavanderia parla veneto, e pure la parrucchiera brasiliana sotto casa.
Tuttavia mi è ricascata la mascella quando, dopo un breve ricovero in ospedale, vado allo sportello per richiedere la cartella clinica e la tipa mi spiega con gentilezza come averla. Capisco che devo aspettare un mese ma non cosa devo fare, le chiedo quindi di ripetere, per cortesia, in italiano e lei mi risponde piccata sempre in veneto: “ma io sto parlando in italiano!”.

L’ospedale, dicevo, anche quello è un altro mondo: spazi ampi e luminosi, un bagno in camera da albergo di lusso, medici e infermiere gentilissimi e apparentemente preparati, insomma, ho passato una settimana in un telefilm americano – dove però tutti stranamente parlavano veneto. Voglio dire, nel bene e nel male è un altro mondo qui.

Per esempio i rifiuti (e qui i miei cinque lettori faranno il paragone con Napoli) sono gestiti in modo severo. Qui la spazzatura è sotto chiave, e solo i residenti che hanno la chiave possono depositarla nei cassonetti appositi o negli armadi urbani appositamente allestiti. Tuttavia per strada non trovi un pezzo di carta, neppure nel giardinetto che ho di fronte casa e che è abitato da immigrati di tutti i colori.
Un giardinetto che immagino costi un sacco di soldi specialmente in questa stagione perché, anarchico, osa fiorire. Il prato si colora di bianco e giallo con un mare di margheritine non regolamentari che spuntano tutte insieme, e fanno appena in tempo a regalare un sorriso per cadere subito sotto la falce di un rumoroso trattorino che le fa fuori in un amen. Tutte le settimane, per un paio di mesi, le povere margheritine provano inutilmente a reclamare che quello è un prato e non una moquette.

E non è l’unica cosa che sicuramente costa un sacco di soldi, dall’arredo urbano alla quantità sterminata di visoni che girano per le strade (lunghi fino a terra e indossati anche da giovani donne) si capisce che giravano soldi, tanti soldi, fino a poco tempo fa. Ora si percepisce stupore e rabbia, ed è palpabile il fastidio verso gli schiavi importati con la favola del mitico nord est che ora non servono più, ma nel frattempo hanno aperto le loro attività e tirano innanzi.

Torniamo alla scuola, una media dal POF irreprensibile nel quale si sfoggia una grande attenzione per l’inclusione. Con tutti questi ragazzini multicolore, pensavo, meno male!
Ma pochi giorni dall’inizio della scuola mio figlio, che nel nostro paese aveva amiche e fidanzatine di tutte le nazionalità, esordisce con commenti irripetibili a sfondo razziale verso un paio di compagni lasciandoci esterrefatti.
Tempo due mesi e succede che una sua compagna di danza, che è appena arrivata dalla Sicilia e vive con altre bimbe in convitto, a scuola mostra orgogliosa alle compagne di classe le sue scarpette da ballo. L’insegnante le prende le punte e le scaraventa per terra appellandola con un “brutta meridionale”. Il tutor fa quello che può, trasferisce la ragazzina in un’altra scuola, per fortuna è una brava studentessa e non ha avuto altri problemi.
Del mio non si può dire altrettanto, pensa a ballare e non ama lo studio, ha lacune importanti che si trascina da tempo e non viene ammesso all’esame di terza media. Non mi piace ma non contesto, di fatto penso che gli possa essere utile ripetere. Vado quindi a parlare con la coordinatrice di classe e le chiedo se ha senso spostarlo in un’altra sezione, nella quale troverebbe un’altra compagna di danza con la quale studiare. Mi osserva un attimo e poi mi dice che, certo, è possibile, ma forse è bene che io parli prima con la collega dell’altra sezione. La chiama, me la presenta, le spiega la questione. La tipa, secca secca nel fisico e nei modi, una di quelle che parlano con i denti stretti e che ti danno l’impressione di essere più frigide di un fossile ordoviciano, esordisce dicendo che la sua è una classe molto buona, senza ragazzi che disturbano. La collega la interrompe dicendo che l’allievo in questione non è uno che disturba, che è educato e rispettoso, che ha altri problemi: una doppia scolarità e quindi poco tempo per studiare, e anche poca motivazione, a dire il vero.
L’altra non si arrende, si volta verso di me e dice: signora, non le posso impedire di iscrivere suo figlio nella mia sezione, ma sappia che quest’anno ne abbiamo bocciati cinque, sa, per fare un po’ di pulizia… e anche uno solo che non ha voglia di studiare può rovinarmi una classe… e poi noi ci teniamo ai nostri risultati dell’invalsi, piuttosto non li ammettiamo!
Non rispondo, la saluto cortesemente, ringrazio l’altra collega e vado dal preside: se cambia sezione a mio figlio mettendolo nella classe di “quella là”, giuro che tempo una settimana a “quella là” metto le mani intorno al collo, e la faccio io un po’ di pulizia…
Gli hanno cambiato sezione ma non è andato nella classe di quella là. Non che sia stato molto diverso.

Non vedo l’ora di andarmene da qui e, nonostante l’ottima accademia di danza per la quale continuiamo a nutrire stima e fiducia, l’idea di lasciare il rampollo in convitto, ora che ha l’età per starci, mi piace poco. Bisogna esserci nati per vivere qui, altrimenti sei un immigrato – pure se parli valdostano – al pari di un africano.
In Piemonte non parlano dialetto neppure nelle scuole di montagna, e nei mercati dei paesini ischitani ti possono dare del voi ma ti parlano in italiano, questo è davvero un altro paese.

Quindi all’amico che pubblica su FB i risultati del referendum per l’indipendenza della sua regione (referendum promosso proprio da quella politica locale che l’ha messa in ginocchio), amico che stimo come professionista ma del quale non condivido l’orgoglio veneto spesso ostentato, a quell’amico e a tutti i veneti che non amano parlare italiano auguro con tutto il cuore che il loro sogno si avveri.
Dopo aver guardato questo film, però.

 

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Jan
20

Abbiamo rilasciato oggi la nuova versione del sito BBN e, ancora più importante, la nuova versione di DidaSfera.

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Sul sito non ho molto da dire, è completamente diverso da quello prima, ma era anche ora di togliere un po’ di polvere. Alcune parti sono ancora da completare ma l’essenziale c’è.

DidaSfera 3.0 invece è davvero diversa dalle versioni precedenti, infatti non è una versione aggiornata ma una versione completamente nuova sia per la grafica, sia per il software che la sostiene.

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Chi entra nella nuova DidaSfera può notare che:

• È sparito il menu istituzionale: tutti i suoi contenuti sono stati aggiornati e trasferiti nel box verde  “tutto su didasfera”.
• È sparito il menu delle aree disciplinari ed stato creato un catalogo nel box lilla “sfoglia il catalogo”

In questo modo entrando in DidaSfera possiamo lavorare con un menu semplificato.

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Come potete vedere sono sparite anche la barra blu degli strumenti social e quella verde della ricerca: tutti gli strumenti sono ora a sinistra di ogni unità di lavoro, sempre disponibili.

È sparita anche una colonna a destra del testo: abbiamo semplificato la navigazione e razionalizzato gli strumenti.

In definitiva tutte le cose che sembrano scomparse ci sono ancora, migliorate e alcune potenziate, come gli strumenti social e gli strumenti di lavoro.
Uno strumento che è stato aggiunto, per esempio, è l’evidenziatore: quattro colori a disposizione dei ragazzi per evidenziare il testo e salvare la modifica nel proprio profilo.

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Inoltre abbiamo creato DidaSfera Kids, un’interfaccia semplificata per bambini che può essere usata anche dai più grandi: da qualsiasi pagina di ogni testo è possibile passare da una visualizzazione all’altra.

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Dec
06

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BBN – in partnership con Rete Ellis – aderisce al Piano nazionale “Scuola digitale” e mette a disposizione delle scuole interessate:

  • Una struttura editoriale completa: autori, redattori esperti in editoria digitale, consulenti scientifici
  • Un catalogo di testi digitali già utilizzabili
  • Un ambiente didattico innovativo sotto il profilo digitale e metodologico

In dettaglio

L’offerta si struttura in due livelli e comprende un modulo base e due moduli avanzati (a scelta o entrambi). I moduli hanno caratteristiche laboratoriali, e sono finalizzati alla costruzione di un prodotto oltre che alla trasmissione di un metodo di lavoro:

  • Livello base. Modulo finalizzato all’apprendimento delle possibilità sia tecniche (multimediali) che metodologico-didattiche connesse all’uso di piattaforme digitali e alla scelta e riorganizzazione di materiali didattici digitali per scopi propri: costruzione di percorsi per la programmazione di attività disciplinari e interdisciplinari
  • Livello avanzato – laboratorio A.  Modulo finalizzato alla creazione e allo sviluppo di tutorial per l’elaborazione di percorsi didattici strutturati da rilasciare come risorsa aperta per il libero riutilizzo da parte dei colleghi. Si forniranno semilavorati digitali con le tappe della programmazione in modo che gli insegnanti possano implementarli con i contenuti e le elaborazioni del corso.
  • Livello avanzato – laboratorio B. Modulo finalizzato alla progettazione e assemblaggio di materiale originale per la creazione di testi digitali in diversi formati.

A chi è rivolta l’offerta

Alle scuole e reti di scuole del primo ciclo (Scuola primaria e secondaria di primo grado) e del secondo (Scuola secondaria di secondo grado), alle quali verranno proposti percorsi e materiali in relazione alle specifiche esigenze.

Tutti i moduli si articolano in sessioni di formazione svolta sia in presenza sia via web.

Risorse

BBN e Rete Ellis mettono a disposizione l’ambiente digitale DidaSfera, con i suoi strumenti e il libero accesso a tutti i contenuti esistenti, di tutte le discipline per ogni ordine di studi, e un’équipe di esperti dei diversi settori tecnico-scientifici connessi alle problematiche dell’editoria digitale, facenti capo al mondo della scuola.

Gli esperti di BBN e Rete Ellis saranno impegnati direttamente nei corsi di formazione e come tutor di laboratorio, e in parallelo saranno reperibili a livello individuale attraverso blog dedicati alle problematiche più specificamente didattiche attualmente oggetto di ricerca e di dibattito.

BBN pone al centro della sua offerta non solo la sua esperienza editoriale ma l’attenzione specifica che da sempre la contraddistingue verso le finalità didattico-formative dei nuovi mezzi digitali, attenzione che si è concretizzata nella creazione di una rete di consulenti, collaboratori e autori provenienti dal mondo della scuola.

Per informazioni e supporto scrivere a silvana.citterio@bibienne.com

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Nov
17

Dopo il convegno di Pisa avremo modo di incontrare gli amici a Milano, giovedì 21 in occasione dell’evento Bookcity.

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Il mattino saremo presso l’istituto Cavalieri dove 5 classi di diverse scuole di Milano e provincia, partecipanti al progetto “Un libro liquido su una piattaforma digitale per imparare la storia del Risorgimento“, presenteranno i propri elaborati.
La sperimentazione è stata resa possibile dalla disponibilità delle instancabili insegnanti dell’associazione disciplinare IRIS, che non ringrazieremo mai abbastanza, appartenente alla Rete Ellis, nostra partner. Sempre il 21 le colleghe presentano anche “Milano si fa storia” presso il Museo del Risorgimento.

Il pomeriggio saremo a Palazzo Reale e presenteremo DidaSfera con il progetto “Storia delle Idee“, il testo rilasciato creative commons vincitore della gara Editoria Digitale. Presenteremo inoltre DidaCampus, il nostro campus su Edmondo.
Appuntamento alle ore 17 nella Sala Conferenze di Palazzo Reale – piazza Duomo.
La pagina su Bookcity è QUI.

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Nov
12

Pubblico il video del mio intervento al convegno
Uno, nessuno, centomila
Libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa

che si è svolto in una splendida sala della Normale di Pisa sabato 9 novembre 2013.

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La pagina dove potete trovare i video di tutti gli altri interventi e delle discussioni con il pubblico è QUI. A chiusura del post metto i link perché ora sono tra i primi, ma quando verranno aggiunti altri video nel canale sarà difficile recuperarli.

Ci sono tante altre cose delle quali avrei voluto parlare, alcune però avrebbero richiesto troppo tempo, altre le ho ritenute poco adatte perché avrebbero comportato la citazione di progetti ai quali stiamo lavorando e non ero lì per promuovere la nostra attività (questo per rispondere a chi mi ha chiesto perché non ho portato come esempio quello che noi già stiamo facendo).

Ho preferito quindi evidenziare alcuni problemi che, a mio parere, meritano di essere affrontati in questo delicato quanto inarrestabile passaggio alla digitalizzazione delle risorse didattiche.

È stato anche rilevato che il mio intervento è piaciuto ai rappresentanti dell’Aie, i quali si aspettavano probabilmente – anche per via dei sassolini che più volte mi sono tolta dalle scarpe, ad esempio QUI – che mi scagliassi contro i grandi editori. Ma come ho risposto in un commento su Facebook, la situazione è cambiata e il focus della discussione si è spostato dalla questione carta VS digitale, alla ben più importante questione del CHI e COME produrrà i materiali didattici che andranno pian piano a sostituire i libri di testo cartacei di oggi. Anche il ministro Carrozza, nella recente intervista rilasciata a Riccardo Luna anticipava che di questo si sarebbe discusso nel convegno a Pisa, parlando di piattaforme (ne ho scritto QUI) e citando il problema della validazione dei contenuti, problema che ha scatenato accesi confronti in rete, e del quale ho scritto QUI.

Sarebbe quindi stato assurdo da parte mia usare la manciata di minuti che avevo a disposizione per perorare la causa del digitale, magari sbraitando contro i grandi editori, quando la presenza stessa dei più alti dirigenti testimoniava il loro interesse. A mio parere il senso dell’incontro era quello di dire che, indipendentemente da chi è arrivato prima e da chi ci ha messo un po’ di più, e indipendentemente da chi ci crede da sempre e da chi subisce obtorto collo, ora siamo tutti qui e dobbiamo affrontare una serie di problemi, ed è giusto affrontarli insieme – soggetti e professionalità diverse – dando ciascuno il proprio contributo. Non per trovare un’unica soluzione, un’unica via, ma per capire come, nel rispetto delle diversità di opinione, di approccio o di interessi, si possano definire standard tecnologici e qualitativi condivisi.

Ho pensato quindi che fosse utile esprimere la mia idea di testo digitale e, pur condividendo progetti di repository per la diffusione di materiali granulari autoprodotti, parlare del ruolo dell’editore e di alcune figure professionali, la mancanza delle quali comporterebbe problemi concreti nello sviluppo di una “editoria fai da te” nelle scuole.

Devo anche dire che in molte discussioni in rete, quando si parla di autoproduzione, si tende a non fare distinzioni tra contenuti granulari (risorse didattiche “sfuse”, utilizzabili all’interno di altri contesti) e veri e propri “libri di testo”, anche se digitali (e non digitalizzati), voce narrante di ampie porzioni di curricolo.

Un altro spunto di discussione è arrivato dall’amica Luisa Vardiero in un commento su FB e le ho chiesto la cortesia di scrivere un articolo su questa interessante considerazione sulla natura del libro di testo. In attesa che me lo mandi copio e incollo il suo commento che condivido totalmente:

Un testo utile all’apprendimento è qualcosa di soggettivo, nasce da un’intenzione comunicativa, di una presa di posizione. Solo così si può inserire in modo efficace nel meccanismo di apprendimento che non è mai esaustivo, saturo, dato una volta per tutte. Un testo non insegna niente se non esprime soggettività, e pervenire ad una posizione soggettiva (saper essere, per gli esperti di didattica) è un lavoro faticoso, che non si può improvvisare e che prescinde anche dalle buone intenzioni di cui è lastricata la strada dell’inferno – scuola. C’è poi anche il fatto che, nel rapporto a due tra docente e classe (che è un rapporto di coppia, sempre, un io-tu) è bene che il libro di testo si inserisca come “altro”, perché la struttura dell’apprendimento risulti triangolare, in continua trascendenza dalla relazione di coppia, che a scuola porta solo guai.

 

Ecco i link che puntano ai video degli interventi di:

Dianora Bardi, Vicepresidente Centro Studi Impara Digitale
Noa Carpignano, BBN Editrice
Salvatore Giuliano, Dirigente scolastico ITIS Majorana di Brindisi
Francesco Leonetti, Università della Tuscia
Roberto Maragliano, Università degli Studi Roma Tre
Agostino Quadrino, Direttore editoriale Garamond
Giorgio Riva, Direttore Generale RCS Education e Consigliere gruppo educativo AIE

Patrizia Marti, Università di Siena e Eindhoven Technical University
Daniele Barca, Dirigente Scolastico Istituto Comprensivo U. Amaldi di Cadeo e Pontenure, Piacenza
Serenella Besio, Università della Valle d’Aosta – Université de la Vallée d’Aoste
Luciano Chiappetta, Capo Dipartimento Istruzione, MIUR
Antonio Fini, Dirigente scolastico, Istituto Comprensivo di Arcola-Ameglia
Alfredo Fiore, Dirigente scolastico, ITI Ferraris di Napoli
Bruno Mari, Vice Presidente Giunti Editore
Cristina Mussinelli, Associazione Italiana Editori
Fulvio Ricci, Scuola Normale Superiore
Gino Roncaglia, Università della Tuscia

Aggiungo anche il link della discussione del pubblico di fine mattinata, della quale trovo interessanti gli interventi di Dianora Bardi (che tra l’altro mi ha detto che il Lussana non ha aderito alla rete Bookinprogress, con questo rispondo a coloro che me lo hanno chiesto) e di Maria Grazia Fiore.

E aggiungo anche il link alla discussione di fine pomeriggio. A proposito di questa discussione devo dire che sarei intervenuta volentieri, se non fossimo stati già fuori tempo massimo, in difesa della prof.ssa Maria Luisa Marinoni. L’insegnante ha sollevato il problema della mancanza di un tecnico informatico nei licei (loro hanno il classico e lo scientifico per un totale di circa 800 allievi) che è previsto solo per gli istituti tecnici. Chiede quindi che un assistente informatico, che prima c’era ma i tagli alla scuola l’hanno eliminato, sia presente in ogni scuola. Vedere minuto 10.55 del video.
La risposta del dirigente del MIUR, prof. Chiappetta, è stata grossomodo (vedere dal minuto 28,30) che i tecnici servono per le attività di laboratorio, che l’informatica invece deve essere uno degli strumenti per tutti i docenti e che quindi se ci saranno – chissà un domani – figure di supporto ben vengano, ma in ogni caso supportare il processo è una necessità di tutti.
Io non sono molto d’accordo e sollevo la questione non per far polemica, ma per la sicuramente presuntuosa speranza che il mio possa essere un contributo considerabile: il fatto che i laboratori informatici debbano sparire e che le tecnologie debbano entrare in tutte le classi, trasversali a tutte le discipline, siamo stati tra i primi a sostenerlo. Che i docenti debbano imparare a dominare la tecnologia e non esserne schiacciati è sacrosanto e pure urgente. Ma che dopo aver imparato a guidare la macchina i docenti debbano anche imparare ad aggiustare, che so, il carburatore… ecco questa mi sembra un’assurdità.
Diciamo che non ci sono i soldi per un tecnico informatico ma non che non serve e non deve servire. Una scuola come quella della docente intervenuta, che ha oggi più di cinquanta computer (e aumenteranno), non è diversa da un’azienda nella stessa situazione, però l’azienda ha un tecnico che gestisce le reti e i piccoli guasti perché il blocco di una o più macchine crea problemi al normale svolgimento delle attività.
Da questa risposta invece passa un messaggio solo: di quello che succede in classe non ci importa nulla, non è un’attività produttiva… si rompe il computer? aridateje la carta.
E sono certa che non è questo il messaggio che il ministero vuole far passare.

 

 

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Oct
30

scintille

Per chi è interessato al futuro dei libri di testo e alle risorse digitali per la scuola segnalo il convegno, già preannunciato dal ministro nell’intervista di Riccardo Luna, che si terrà il 9 novembre a Pisa.

Come potete vedere dal programma che pubblico qui sotto io ci sarò e le tavole rotonde sono state orchestrate in modo da mettere insieme esperienze diverse e opinioni anche opposte fra loro.
Le discussioni che già animano la rete, soprattutto nei profili FB di alcuni partecipanti, fanno pensare a un convegno che certamente non farà calare la palpebra a chi assisterà ai sicuramente vivaci confronti.

Penso, non solo perché preannunciato dal ministro nella già citata intervista ma perché è davvero uno degli argomenti più interessanti e dibattuti, che buona parte del convegno sarà dedicata al problema della validazione dei libri di testo. È una questione, sulla quale ho recentemente scritto QUI, che crea una vera opposizione di visioni e intenti tra gli addetti ai lavori (e tra alcuni partecipanti al dibattito) e che, di conseguenza, porta alla realizzazione di progetti molto diversi fra loro.

Ecco il programma del convegno:

Uno, nessuno, centomila

Libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa

Pisa, 9 Novembre 2013
Scuola Normale Superiore, Piazza dei Cavalieri 7

PROGRAMMA

9:00 – 9:30 – Indirizzi di benvenuto e introduzione ai lavori
Fabio Beltram, Direttore Scuola Normale Superiore
Maria Chiara Carrozza, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

9.30 – 10.30 – Il benchmark europeo
Introduce Fulvio Ricci, Scuola Normale Superiore
Interviene
Caroline Hummels, Eindhoven Technical University – Facilitating the learner to realise its potential

10.30 – 12.45

Che fare? Opinioni a confronto su libri di testo e didattica digitale
Coordina Gino Roncaglia, Università della Tuscia
Ne discutono
Dianora Bardi, Vicepresidente Centro Studi Impara Digitale
Noa Carpignano, BBN Editrice
Salvatore Giuliano, Dirigente scolastico ITIS Majorana di Brindisi
Francesco Leonetti, Università della Tuscia
Roberto Maragliano, Università degli Studi Roma Tre
Agostino Quadrino, Direttore editoriale Garamond
Giorgio Riva, Direttore Generale RCS Education e Consigliere gruppo educativo AIE

13:00 – 14:15 Lunch break

14.30-17.00 Testi (&) digitali nella scuola: esperienze, idee, progetti – Tavola rotonda
Coordina Patrizia Marti, Università di Siena e Eindhoven Technical University
partecipano al dibattito:
Daniele Barca, Dirigente Scolastico Istituto Comprensivo U. Amaldi di Cadeo e Pontenure, Piacenza
Serenella Besio, Università della Valle d’Aosta – Université de la Vallée d’Aoste
Luciano Chiappetta, Capo Dipartimento Istruzione, MIUR
Antonio Fini, Dirigente scolastico, Istituto Comprensivo di Arcola-Ameglia
Alfredo Fiore, Dirigente scolastico, ITI Ferraris di Napoli
Bruno Mari, Vice Presidente Giunti Editore
Cristina Mussinelli, Associazione Italiana Editori
Fulvio Ricci, Scuola Normale Superiore
Gino Roncaglia, Università della Tuscia

Organizzazione
Fulvio Esposito, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Patrizia Marti, Università di Siena e Eindhoven Technical University
Fulvio Ricci, Scuola Normale Superiore
Gino Roncaglia, Università della Tuscia

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Sep
29

Facciamo nomi e cognomi? Ma no, mettiamo i link, è più raffinato.

Si parte da un commento su FB nella bacheca di un amico, e da un tweet sulla bacheca del ministro.
Il preside sbraita contro il ministro perché, dice, ha fatto un “decreto-regalo agli editori”.


Sull’altro commento, su FB, spiega (ma chi conosce il progetto che dirige non ha bisogno di spiegazioni) che non gli piace il passaggio sulla validazione dei testi. Questo:

[il libro di testo deve] offrire una esposizione autorevole, validata (sia dal punto di vista autoriale sia da quello editoriale e redazionale) ed efficace […]

Quelle che per me, e sicuramente per molti altri, sono due righe che ribadiscono una cosa scontata, per lui sono un dono agli editori. Chi validerà il testo, si chiede con livore, gli editori?
Intendiamoci, anche io lancio anatemi diretti ai grandi editori e all’AIE, ne è pieno il mio blog. Ma la figura dell’editore, pur cambiando radicalmente con l’innovazione, è proprio quella che garantisce l’autorevolezza di un testo.
Non credo proprio che il ministro possa pensare qualcosa di diverso, una validazione dall’alto, ministeriale, sarebbe un pericolosissimo passo verso i libri di testo di stato, e questo il ministro lo sa bene. Quindi sì, il libro di testo viene validato dall’editore, da quello che (nome o marchio) ci mette la faccia e rischia di azzoppare la sua azienda se fa cazzate. Come per qualsiasi altro prodotto d’altronde, come abbiamo visto in questi giorni spaghetti compresi.

Ovviamente non dovete immaginare l’editore come un vecchissimo uomo onnisciente, con l’ufficio all’ultimo piano, che dalla sua scrivania in radica legge voracemente tutti i libri di tutte le materie con in mano la matita rossoblù.
Io, per esempio, sono una donna, solo attempatella, non sto all’ultimo piano e, soprattutto, non capisco un’acca di fisica, di topografia e di un sacco di altre cose. Nel testo di greco al quale stiamo lavorando guardo solo le figure. La matita rossoblù c’è, ma è un vezzo.
Però in una casa editrice lavorano molte persone, con competenze diverse. E ci sono i consulenti.
Per fare qualche esempio, il testo di storia per il biennio Civiltà in rete, pur essendo a cura di Maurizio Chatel, che dirige l’area umanistica, è stato verificato (“validato” in effetti non mi piace) dall’antropologo Alberto Salza dell’Università di Torino, e dall’egittologo Alfredo Luvino, collaboratore del Museo Egizio di Torino.
Il testo sull’antisemitismo di Zampieri è stato letto da alcune persone della comunità ebraica di Torino e revisionato da David Sorani, che ne è vicepresidente, prima di essere pubblicato.
E Maria Rita Ciceri, Docente di Psicologia presso la Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, ha valutato l’impostazione metodologica del testo per la scuola primaria “Navigare nella rete mentale” che è in fase di pubblicazione.
Si parla spesso, in rete e nei convegni, di testi che invece non sono stati verificati da nessuno. E in rete non se ne parla sempre in termini lusinghieri. I pochi che conosco che hanno avuto modo di vederli (questi testi circolano in un circuito chiuso e non si riesce a capire perché) dicono che sono degli orrori. Io ho la fotocopia di qualche pagina, questa è una.

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Una lode agli insegnanti di buona volontà, il loro lavoro è ammirevole e il movente encomiabile, ma quello che manca, e si vede davvero, è il lavoro post autoriale, quella cartina, ad esempio, la faceva meglio il mio secondogenito.

Il lavoro post autoriale, del quale si fa carico l’editore, non è solo quello della validazione del lavoro autoriale, ma molto altro. Nel nostro caso specifico spesso non è UN autore ma, cito Chatel, un pool di specialisti capaci di lavorare in équipe attorno a un progetto condiviso. Studiosi che forniscano la materia grezza, e autori provenienti dal mondo della scuola, capaci quindi di tradurla in un linguaggio didattico pertinente al mezzo e adeguato all’utenza. E questo porta a un radicale rivolgimento del principio dell’autorialità, non più piramidale ma orizzontale.
Molto altro dicevo, parliamo delle illustrazioni, delle animazioni, dei video. Quanti insegnanti sanno produrre apparati iconografici degni di questo nome? Quanti insegnanti di storia sanno produrre cartine come questa?

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E quanti insegnanti di geografia sanno fare illustrazioni come questa?

DEF_tunisi_700pxO come questa?

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E così, i testi autoprodotti, sono farciti di immagini rozze, quando non usano immagini prese in prestito da altri testi. E questo è un reato penale.
Il signore che se la prende con il ministro espone i docenti che lavorano con lui a una querelle giuridica che può scoppiare da un momento all’altro, e che può sfociare con qualche condanna. Condanne lievi, per carità, peccato che con un penale sulla testa – e la violazione di copyright lo è – non si può insegnare.

E poi, ancora, sono a norma questi testi autoprodotti? rispettano la normativa sull’accessibilità?  Ho fatto una prova:

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Di certo non c’è un solo testo alternativo alle immagini:

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Bisogna essere un pochino esperti anche lì, è già un problema per un editore, non ho idea di come possa cavarsela un insegnante. Quanti mestieri deve imparare, quel povero docente? Con lo stipendio che prende poi.

E, ancora, quanti docenti sanno produrre, da soli, un oggetto sonoro come questo? (scusate, non posso embeddarlo qui per limiti tecnici) http://didasfera.it/biblioteca?unita=1746

O sanno realizzare video come questo?

Torniamo all’autorevolezza.
Ci sono persone che affiderebbero l’auctoritas di una lezione solo all’insegnante, con tutti i rischi che comporta affidarsi totalmente alla capacità, non solo alla cultura ma anche alle idee, di un insegnante. Io penso che sia pericolosissimo.
Insegnante che mi leggi, non prenderla sul personale: fra i tuoi colleghi quanti non vorresti avere come insegnante di tuo figlio?
No, vero, un libro di testo non risolve da solo il problema, ma fornisce un filo conduttore per un percorso formativo con tappe comuni, è uno strumento che fa da raccordo tra l’autorevolezza del docente, che in classe è importante ci sia, e i programmi e gli obiettivi dell’apprendimento. Il libro di testo non deve solo fornire un canovaccio dal quale partire, ma deve avere contenuti pregnanti, con un’autorialità forte, con personalità, e deve narrare, affascinare, motivare.  Magari da smontare e, perché no, pure da contestare.

È vero che io, noi di BBN, abbiamo sempre sostenuto la scrittura collaborativa, la produzione “dal basso”. Come conciliare dunque autorialità e autorevolezza, due imprescindibili caratteristiche, con la visione di un prodotto che nasce dalla scuola, con una scrittura aperta e collaborativa?
Noi (in BBN intendo) abbiamo scelto la linea dura. Si selezionano con attenzione autori e progetti (ho un hard disk pieno di proposte e contenuti in attesa, e dio sa quante mail ho gettato dopo aver letto le prime righe) e come casa editrice ci si addossa tutto il rischio. Si lavora con l’autore ad un progetto editoriale di carattere del quale un comitato scientifico e consulenti ad hoc revisionano e vagliano i contenuti e gli impianti metodologici – che non si rischia sulla pelle degli altri. Una redazione e una metaredazione (per DidaSfera) lavora sui progetti elaborando il testo degli autori e occupandosi anche degli apparati didattici, iconografici, multimediali con un rigidissimo controllo sulle fonti. I progetti sono aperti e, quindi, sia permeabili alla collaborazione di altri colleghi/autori per la pubblicazione di altri contenuti, sia mashuppabili in classe con altri materiali (anche del docente): nel primo caso si continua a passare sotto la nostra forca, nel secondo caso il docente in classe si assume le sue responsabilità.
Come dire, mentalità e scrittura aperta passano attraverso un filtro a maglie molto strette.

Quindi è l’editore che “valida” il prodotto editoriale, e poi è il libero mercato a decretarne il successo, anche scolastico: gli insegnanti non sono così sprovveduti.
Facciamo attenzione però, come già accennavo, a qualunque altro tipo di validazione: mi spaventa, per non dire che mi terrorizza proprio, il passo troppo breve che corre tra il concetto di validazione e l’idea di testo di regime.

Ma se si continua a discutere di queste cose si rischia di dimenticare qual è il problema reale dell’adozione dei libri di testo: gli interessi economici che ci sono dietro e la conseguente spartizione dei profitti. Occorre ripensare la filiera editoriale e reinterpretarla. Ciò richiede molta fatica e investimento di energie nel pensare in maniera diversa a quanto fatto finora come dimostrano realtà in fieri come Didasfera. Ma richiede un ripensamento profondo dei meccanismi economici che ci sono dietro. Altrimenti non si va da nessuna parte.

Non serve, anzi fa danno, fare convegni presentando progetti fai da te che altro non fanno che depauperare la cultura in nome di scelte populistiche, facciamo invece scelte culturali e imprenditoriali coraggiose cercando nuovi modelli e sviluppando nuovi processi.

Aggiornamento: post di rinforzo, con argomentazioni diverse di Maurizio Chatel QUI

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Sep
28

scuola_digitale
Uscito il decreto sui libri di testo firmato dal ministro Carrozza leggo commenti ovunque, su FB soprattutto. Su Pioniero un articolo che riassume le criticità che in rete stanno generando commenti.

Io però di altro vorrei parlare, non del presente decreto ma di quello che lascia immaginare, in attesa, chissà, di discuterne ad un tavolo di lavoro appositamente organizzato.
Vedetela come una lettera aperta.
Di piattaforme che abbiano le caratteristiche di interdisciplinarietà e di accessibilità, oltre agli strumenti di lavoro (appunti e glossario), e agli strumenti di condivisione (la parte social), che io sappia, di pubblicato c’è solo la nostra DidaSfera. E di editori che utilizzano le licenze Creative Commons non ce ne sono molti, oltre a noi solo Garamond. Ho la sensazione che i prodotti vincitori delle gare di editoria digitale del MIUR abbiano ispirato molto questo decreto.

Ora però qual è lo scenario che il ministro lascia intravedere? È quello di una piattaforma comune dove tutti gli editori possono pubblicare i loro contenuti, o quello di un websoftware comune, che ogni editore utilizza per realizzare la propria piattaforma, in modo che saltellando tra gli ambienti le classi si ritrovino la stessa interfaccia e gli stessi strumenti?
Il primo ha il suo fascino, perché consentirebbe di creare collegamenti stretti non solo fra testi di materie diverse ma anche fra testi di editori diversi. Supponiamo quindi che qualcuno incontri qualcun’altro sulla via di Damasco e che quell’orrore di Scuolabook diventi miracolosamente una piattaforma navigabile come, anzi meglio (possibile eh), di DidaSfera. Bisogna pensare, però, che perché siano tutti davvero utilizzabili devono essere tutti “adottati”, nel senso che la licenza di accesso alla piattaforma deve dare accesso a tutti i contenuti (non solo al testo adottato) come appunto in DidaSfera, altrimenti il link ti sbatte la porta in faccia.
Credo che per un editore tradizionale che si converte al digitale non sia facile affrontare un approccio di questo tipo, non fosse altro che per i contratti in essere con gli autori. La gestione collettiva del diritto d’autore che noi utilizziamo è strettamente collegata all’accesso totale ai contenuti, al principio flat rate che noi abbiamo scelto di seguire ma che nessun editore scolastico ha mai condiviso.
Bene, se questo è complesso da risolvere per un editore che distribuisce solo cose sue, figuriamoci se la gestione collettiva prevede più editori. Anche questo noi l’abbiamo risolto, tecnicamente parlando, e infatti abbiamo testi di Guaraldi, ma è difficile creare una “comune” dove tutti gestiscono collettivamente il diritto d’autore di tutti, perché mica ci stanno a far così.
E poi, ammesso, già è complesso creare collegamenti (e nel nostro caso anche la navigazione semantica) tra testi nostri, che conosciamo bene, chi mette nella piattaforma i contenuti di un editore come può conoscere, e quindi suggerire percorsi, i testi di tutti gli editori? E di altri problemi ce ne sono molti, la vedo dura assai.

Molto più facile pensare al secondo scenario, alla realizzazione di una piattaforma con un sorgente comune, open, e poi ogni editore si fa il suo contenitore. Voglio dire, una volta stabiliti i requisiti di accessibilità, navigabilità e compatibilità, non è così fantascienza realizzarla, lo studio che ha creato DidaSfera (e che sta lavorando a una nuova versione) è senz’altro in grado di farlo, e bene.
Tuttavia anche questa soluzione presenta delle criticità. Intanto bisogna creare delle linee guida per l’utilizzo del framework da parte degli editori, per esempio: quanto possono personalizzare la piattaforma? E non è cosa da nulla: imporre a tutti la stessa interfaccia è come imporre a tutti di stampare testi tutti grossi uguali, tutti impaginati nello stesso modo, magari con un numero diverso di pagine e la copertina… bè quella deve essere diversa altrimenti chi riconosce il testo?
Insomma, per un editore non è così scontato rinunciare alla propria veste editoriale, anche se digitale.
E quanto poi queste personalizzazioni rischiano di inficiare la omogeneità di strumento d’uso, motivo per il quale si investe sul framework comune? E quanto le modifiche rischiano di minarne l’accessibilità? Oh, lì in effetti basta un’immagine nella quale si dimentica di inserire il testo alternativo.

Ma la cosa forse più importante è quella che giustamente il ministro cita nel decreto, la velocità dell’evoluzione e l’obsolescenza degli investimenti. Siamo sicuri che dopo due anni abbiamo voglia di ricominciare da capo? Di nuovo stilare linee guida, di nuovo… Perché, sapete, noi dopo due anni la stiamo rifacendo nuova nuova DidaSfera, ed è mica un investimento da nulla, ma queste cose invecchiano in fretta, e da molti punti di vista, non solo quello puramente tecnologico. Non rischiamo, con questi tempi di magra poi, di trovarci fra (soli) tre quattro anni con uno scheletro invecchiato e limitante, sul quale però gli editori hanno investito tempo e risorse?

No, non sto osteggiando la cosa, anzi, parliamone. Ma facciamo attenzione a far le cose pensando al futuro, e un futuro neanche troppo lontano.

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