Jun
10

Nel post precedente, parlando di OER, ho segnalato il testo di Marco Dominici “Il digitale e la scuola italiana“.

Ora Marco, in un post pubblicato QUI e ribloggato QUI, pone tre domande agli insegnanti.

Tre sono in sostanza le questioni di cui vorrei parlare con gli insegnanti

Non rispondo direttamente nei post sia perché sarebbe una risposta troppo lunga, sia perché non sono più un’insegnante e, inoltre, dalle questioni che pone sono coinvolta con altro ruolo.

– Il ruolo del manuale scolastico è ancora centrale? Cosa dovrebbe avere o non avere un manuale adeguato alle attuali esigenze? Quanta parte dovrebbe essere linearee quindi cartaceae quanta estesae quindi digitale? E su quali presupposti, con quali modalità?

Cosa si intende per centrale? nella peggiore delle ipotesi spero non lo sia mai stato, nella migliore suppongo che dipenda dalla disciplina (per le materie che insegnavo io neppure esiste il manuale) e dal tipo di lavoro che l’insegnante sceglie di fare. Sentiamo che ne pensano i docenti, ai quali la domanda è rivolta.

Io però ti chiedo, Marco, perché parti dal presupposto, a mio parere errato, che la parte lineare sia cartacea?
Mi contrapponi cartaceo a digitale, e ci sta, ma perché mi contrapponi lineare a “estesa”? E perché nella tua domanda “lineare” è una parte di manuale e non una modalità? E, ritorno, perché “lineare” è (quindi) cartaceo?
In un manuale io posso aver un corpo centrale, un canovaccio, al quale posso agganciare un secondo livello di lettura e/o degli approfondimenti, esercizi, apparati assortiti. Ma tutto questo posso farlo sia sulla carta, sia in digitale, anche se sicuramente la rete mi consente di fare questa seconda parte molto più “estesa” :) Quindi, se ho interpretato bene ed è questo che intendevi, perché la prima parte deve essere su carta e, soprattutto, “lineare”?  Se lavoro su carta sarà quasi totalmente lineare (ma non credere, anche no), e lo sarà anche la parte estesa. Se invece lavoro in rete lascio scegliere al docente, o al discente, come utilizzare i contenuti. La lettura lineare rimane possibile anche con il digitale – e spesso resta la prima modalità –, con il vantaggio di poter suggerire percorsi diversi, reticolari, e di incoraggiare la navigazione semantica. Ma, ripeto, lineare è solo una modalità, anche sulla carta!

– Quanto è realisticamente pensabile che gli insegnanti elaborino materiali didattici autonomamente? E anche in caso lo facciano, con quali le garanzie qualitative e soprattutto con quale ritorno in termini concreti di un lavoro che, se fatto bene, prende molto tempo e molte energie?

Su questo argomento mi sono espressa più volte. Per esempio in questo post, sulla validazione dei libri di testo, e in questo video su altri problemi legati all’autoproduzione.

(Le considerazioni sul convegno di Pisa sono QUI)

– Dove l’editore può intervenire non solo e non tanto per arginare una possibile emorragia in termini di eventuali mancate adozioni, ma anche per trasformare il suo ruolo da erogatore di prodotti in fornitore di servizi, mettendo quindi a disposizione la sua esperienza e le sue professionalità per coadiuvare gli insegnanti in questo compito?

Questa è la domanda, per un editore, più interessante.

Trasformare il ruolo, dici. Noi siamo già nati “diversamente editori” :P ma penso che la riflessione sul proprio ruolo debba essere costante, anche per quelli che sono nati digitali. Però, digitale o no, non vedo perché l’editore debba abbandonare il prodotto a favore del servizio e non pensare a una sinergia. È certo, comunque, che per un editore tradizionale anche solo affiancare i due ruoli (auspicabile sarebbe fonderli) comporta una trasformazione impegnativa.

Per quanto riguarda noi l’integrazione è totale: una delle nostre caratteristiche principali  è proprio la stretta correlazione che c’è tra il nostro lavoro, quello del docente – in classe e con noi – e il prodotto/servizio che viene creato. Un legame che inizia con la creazione condivisa di un progetto e prosegue fin oltre la sua realizzazione. Si generano in questo modo frutti originali e innovativi con caratteristiche che, oltre a riflettersi sul loro utilizzo, sono strettamente legate al tipo di distribuzione, al tipo di licenza e, di conseguenza,  alla nostra particolare gestione collettiva del diritto d’autore (tu chiedevi “con quale ritorno in termini concreti di un lavoro che, se fatto bene, prende molto tempo e molte energie?“).
Per saperne di più QUI e QUI.

Non è questo, in qualche modo, il tessuto connettivo che auspichi tu, Marco?

In pratica quello che noi da tempo proponiamo è un lavoro condiviso scuola/editore. E ho scritto “scuola” e non “docente” perché è prezioso il coinvolgimento nella sperimentazione – intesa anche come feedback continuo – della scuola tutta, non solo del docente-autore .

E ora concedete a me una domanda. A volte mi chiedo perché, ma davvero, vi prego, spiegatemelo, perché un docente dovrebbe decidere di realizzare in solitudine un libro di testo (per “realizzare” intendo non solo scrivere ma anche, semplificando, correggere, impaginare, illustrare…). Ditemi perché dovrebbe smazzarsi tutto questo da solo o, ben che vada, con un paio di colleghi, quando ha l’opportunità di confrontarsi e di avere a disposizione figure professionali che contribuiscono a valorizzare il suo lavoro, che lo impreziosiscono cercando le giuste immagini, creando appositamente disegni, filmati e contributi altri. E che lo sollevano da incombenze che gli tolgono energie da dedicare più proficuamente al lavoro autorale.
E, non ultimo, perché dovrebbe lavorare gratuitamente quando può rischiare pure un ritorno economico?
E non rispondete con il caso del docente che vuole distribuire gratis il suo testo, perché le licenze Creative Commons le usiamo anche noi. Since 2005.

 

 

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