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Sono interessanti gli atti del convegno biennale di Confindustria: “People first. Il capitale sociale e umano: la forza del Paese“. Bari, 28-29 marzo 2014.

Si dice l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, e non solo perché è scritto nel primo articolo della nostra Costituzione, ma perché pur non avendo risorse naturali (non abbiamo petrolio e non abbiamo diamanti anche se, dico io, abbiamo una bellezza che…) abbiamo persone che lavorano, persone che intraprendono. Cioè il nostro capitale sono le persone che creano cultura e sviluppo lavorando, innovando e facendo impresa.

L’impegno e la passione di queste persone che dedicano la vita al lavoro sono sostenuti da dei valori. Questo, a parer mio, è uno dei passi più importanti:

Tra quei lavori è molto rilevante il riconoscimento che lo studio conta più della fortuna e del semplice talento, che deve essere fatto emergere e coltivato. Se tale riconoscimento è carente o si perde, anche il ruolo dell’istruzione viene sminuito e la sua qualità deperisce”.

Senza il processo di scolarizzazione di massa del dopoguerra, che ha consentito di conseguire il diploma di terza media all’85% delle persone nei primi anni settanta (vent’anni prima era il 16%) e la maturità al 50% di persone (dal 9%), non avremmo avuto industrializzazione e boom economico.

“Il capitale umano e il capitale sociale sono i veri asset italiani. Quelli che ieri hanno affrancato il Paese da povertà e arretratezza economica e quelli su cui oggi si deve contare sia per difendere le conquiste di benessere e civiltà raggiunte, sia per affrontare i grandi cambiamenti del nostro tempo.”

Globalizzazione e nuove tecnologie, certo, ma attenzione, anche i grandi scompensi demografici dovuti all’aumento della speranza di vita, il calo della fertilità e la crescita dell’immigrazione. Cambiamenti internazionali che comportano un ruolo diverso e più difficile al sistema di istruzione e formazione. E qui veniamo a uno dei punti più interessanti.

“I futuri cittadini e lavoratori non solo devono essere in grado di utilizzare le nuove tecnologie, ma hanno anche bisogno di accrescere la loro capacità di apprendere”.

Il mondo corre veloce, basta pensare alle macchine e ai software che hanno un’obsolescenza rapidissima, e soprattutto all’età che hanno colossi come Google e Facebook diffusi in brevissimo tempo in modo capillare a livello planetario (e alle dinamiche che questo comporta). È sempre più vero che l’essenziale è imparare ad imparare, perché non sappiamo cosa dovremo sapere tra pochi anni. Di quali conoscenze avremo bisogno? Contano quindi gli strumenti ci consentano di acquisirle queste conoscenze. E conta anche il fatto che siano meglio distribuite:

“Per innalzare il tasso di innovazione dell’economia e il ritmo di aumento della produttività non sarà sufficiente completare la convergenza nella quantità di istruzione con gli altri paesi avanzati, ma sarà indispensabile elevare anche la sua qualità e ridurre la disuguaglianza nella sua distribuzione.”

OCSE-PISA_regioni_italiane

Un paragrafo intero dell’introduzione agli atti è quindi dedicato alla scuola. Il titolo è “La scuola italiana non è immobile” (pag.15).
Un mito da sfatare, insomma, finalmente. Costituiscono problema invece i divari territoriali (alla faccia degli INVALSI). Fonte i test OCSE-PISA, dopo quella che viene definita una buona performance della scuola primaria le competenze iniziano ad arretrare già nella secondaria di primo grado. Alto poi il tasso di abbandono scolastico. Tuttavia, ci dicono, tra mille difficoltà (e mi sa che ne hanno tralasciate altre mille) le scuole italiane si sono trasformate e hanno saputo ottenere risultati importanti, anche nell’accoglienza dei giovani di origine straniera.

Sono migliorate infatti le competenze matematiche e scientifiche, in dieci anni il punteggio di matematica è cresciuto di 20 punti, peccato però che questa crescita sia rallentata nel 2012, e peccato, dico io, che venga attribuito questo progresso alla diffusione dei test standardizzati.
Infatti ci dicono che, nonostante questi, il progresso è eterogeneo.
Tuttavia bisogna migliorare perchè se riuscissimo a raggiungere, nei prossimi vent’anni, la Finlandia, il nostro PIL di lungo periodo migliorerebbe  di 1,3 punti percentuali, tantissimo.

Cosa fare per migliorare? Il primo dei suggerimenti è quello di insistere sulla didattica delle competenze, come già per la primaria anche nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Inoltre nei licei si deve insistere sulle materie scientifiche ed economico sociali e, dato il boom dell’imprenditorialità giovanile (che ci raccontano indotta dalle tecnologie ITC, tacendo le partite iva forzate che nascono e spariscono come funghi) diffondere una maggiore cultura di impresa.

Se sul primo suggerimento ho dei dubbi, e sicuramente dissento dalle motivazioni, la seconda ricetta fa ancora più male: rafforzare il binomio autonomia-valutazione.

“Se la valutazione funziona bene, la prima [l’autonomia] può estendersi anche al sistema di reclutamento dei docenti. È soprattutto da loro che dipende la qualità delle scuole e il processo di riforma dovrebbe abolire le graduatorie per anzianità e utilizzare i concorsi o, meglio ancora, le chiamate dirette da parte degli istituti scolastici.”

Sul terzo poi ci farei la rivoluzione. Partendo dal fatto che i test INVALSI hanno evidenziato come i ragazzi stranieri di seconda generazione abbiano avuto risultati decisamente migliori rispetto a quelli di prima generazione, e che la distanza che li separa da quelli italiani non cresce con l’avanzare della carriera scolastica (e vanno meglio in matematica, pensa un po’), ecco, partendo da questi dati il rimedio suggerito è la temporanea “classe di inserimento”. Torniamo cioè alle classi differenziali (create durante il ventennio e abolite solo nel ’77), e per far questo:

“Serve ovviamente trovare risorse aggiuntive e vincere le resistenze culturali degli “altruisti irrazionali” che le considerano una minaccia per la tradizionale inclusività della scuola italiana”

Ci dicono infatti che “L’esperienza francese sembra però suggerire il contrario“. Serve ricordare i risultati francesi delle ultime recentissime elezioni europee?

In ogni caso è interessante la relazione sull’integrazione a partire da pag.29. La questione delle classi “di inserimento” è descritta a pag.95 con giusti presupposti ma sbagliate e pericolose conclusioni che, tra l’altro, sono a mio parere più costose economicamente (sia in modo diretto che indiretto) di altre soluzioni di sostegno.

Gli atti sono QUI.

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One Response to Confindustria: la scuola, il capitale umano e le classi differenziali.

  1. E’ la Confindustria, e non riesce a staccarsi dal mito della rupe Tarpea… qualche volta ho l’impressione che la nostra imprenditoria sia la parte più arretrata del paese.
    Il problema, come sempre, sono i soldi (le “risorse aggiuntive”, che fino a pochi anni fa sarebbero state chiamate “risorse disponibili” visto che ce ne han tolte parecchie, e anche allora erano insufficienti). Inserire gli alunni svantaggiati costa, fare le differenziali fatte bene costa (detto e non concesso che sia una buona idea). E anche fare come si fa ora, tutti insieme allegramente e ognuno si arrangi come può, costa, in un modo più profondo e duraturo.

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