Apr
15

images

Qualche settimana fa un’amica docente ha postato su FB il link al blog di una collega. Vado a visitarlo e scopro che questa ha messo in bella vista, in una sezione apposita, una serie di testi per il libero download. Non si tratta di risorse prodotte da lei o da colleghi ma di testi della Zanichelli e della SEI, tanti, interi e interamente scaricabili. Anche se l’amica che aveva segnalato il blog ha cancellato la condivisione, immagino dopo essersi accorta della cosa, la voce ha iniziato a girare. Ci siamo chiesti, qui in BBN, se l’insegnante tenutaria del blog era consapevole di commettere un illecito che ha conseguenze penali, se si rendeva conto quindi del pericolo che stava correndo. Per cosa poi?
Nel mio intervento alla Normale di Pisa ho illustrato, anche al ministro che sedeva di fronte a me, alcuni potenziali rischi che possono correre gli insegnanti, quasi sempre inconsapevolmente e quindi in buona fede, pubblicando materiali per la scuola autoprodotti, ma certo non pensavo che l’ignoranza (o la leggerezza) rispetto alle norme sul diritto d’autore potesse portare qualcuno a diffondere illegalmente, e pubblicamente, interi testi scolastici.
Fatto sta che un’altra collega si prende la briga di avvisare l’autrice del blog, di farle notare che non è il caso di distribuire quei pdf. Non so esattamente come sia andata ma di certo non l’ha presa bene visto che, invece di ringraziarla, le ha tolto il saluto e l’ha bloccata su FB. Morale che i testi sono ancora lì, sul suo blog, anche se ora sono nascosti da una password.

Oggi mi è stato segnalato un altro insegnante che ha creato una pagina per i suoi allievi, si tratta di una bella spiegazione del programma che intende svolgere durante l’anno con allegati i materiali didattici: scaricate, studiate e poi ne parliamo. Testo di chimica della Zanichelli compreso. È possibile, mi è stato chiesto, che con la scusa della flipped classroom si mettano i libri coperti da copyright in pdf… liberamente scaricabili?
No, dico io, non è possibile, ma il fatto che qualcuno lo faccia lo stesso fa pensare che ci siano molti, troppi docenti che non conoscono la normativa o che sottovalutano le possibili conseguenze di un’azione di questo tipo. Tuttavia, anche se da tempo sostengo che un docente potrebbe davvero inconsapevolmente utilizzare una risorsa protetta (un’immagine per esempio) per confezionare materiale didattico, penso che la condivisione di un libro di testo intero di un noto editore sia una scelta consapevole. Dopo tutte le polemiche fatte sulle fotocopie, sui file musicali, sui film, sui software piratati e sui testi digitali stessi… ecco, penso che un insegnante che non si rende conto di commettere un illecito sia sufficientemente ottenebrato da meritarsi un TSO, e a quello che se ne rende conto dovrebbe saltare la cattedra da sotto il culo (e di fatto quello rischia) anche per via delle responsabilità educative.  E lo dice una che ha sempre sostenuto che la pirateria è un falso problema e che anni fa ha dichiarato pubblicamente in un convegno che di docenti bucanieri non ne aveva mai visti.

Non fraintendetemi, questo non è un “post denuncia”: non faccio nomi, non metto link. Per noi di BBN questo non è un problema, anche perché non ci tocca in modo diretto, però è un’occasione per ribadire che la produzione di contenuti da parte dei docenti, si intende contenuti da diffondere, DEVE essere in qualche modo mediata. Se ci sono docenti che non si rendono conto di rischiare il posto di lavoro violando il diritto d’autore pubblicando un intero testo, figuriamoci quanti non si rendono conto di correre lo stesso rischio “prendendo in prestito” fotografie, carte geografiche, illustrazioni ecc.

Sostengo da sempre che il libro di scuola deve nascere nella scuola stessa ma, per questa ed altre ragioni, la mediazione editoriale è una necessità. Certamente con nuovi modelli, anche economici (noi ne abbiamo proposto uno, altri dovranno darsi da fare), ma davvero non comprendo coloro che, con la scusa del digitale, vogliono buttare alle ortiche secoli di esperienza e competenza con la scusa della cultura “bene comune”, come se i beni comuni, acqua compresa, non fossero o non dovessero essere oggetto di lavorazione.

In questo articolo uscito ieri su La Stampa, dove si parla di testi autoprodotti sperimentati da molte scuole, orgoglio di una deriva populista ministeriale, si porta come esempio l’interessante esperienza anglosassone:

L’obiettivo è seguire l’esempio anglosassone: negli Stati Uniti e in Inghilterra la quasi totalità degli editori del settore scolastico hanno creato nel 2006 un consorzio per sviluppare una piattaforma comune di adozione, distribuzione e vendita dei contenuti digitali. Si chiama Coursesmart ed è una sorta di Amazon della formazione online dal 2007 con più di 15.000 titoli e risorse didattiche digitali disponibili in catalogo, che viene oggi utilizzato da più di 30.000 istituzioni scolastiche e da più di 3,3 milioni di studenti in tutto il mondo.

Editori, appunto.

Posted in dalla rete..., editoria scolastica, non dite che non lo avevo detto, sassolino nella scarpa | Tagged , , , , , | Leave a comment

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *