Mar
21

ma me lo avessero detto due anni fa non ci avrei creduto.

I miei cinque lettori (amici e parenti, forse sei con la suocera, che quindi mi conoscono bene) sanno che sono nata e cresciuta a Torino e che, oltre ad aver avuto una casa di famiglia in montagna, in zona Tav, ho molto frequentato per amore le langhe e per altro il canavese. Conosco quindi bene Torino e il Piemonte, che son due robe diverse, i torinesi, i contadini delle langhe e montanari della val Susa.
Non sono però una piemontese doc: da parte parte di madre ho origini emiliane ed è una benedizione.
Pur essendo geneticamente stanziale, i miei cinque lettori sanno che per periodi più o meno lunghi ho vissuto e vivo in altre regioni. La Liguria è stata la mia seconda casa, in particolare quella di levante, e da una decina d’anni risiedo in un paese tra Liguria e Toscana, zona Cinqueterre. Inoltre per un po’ di tempo ho passato tutta l’estate in Lazio e avendo un marito partenopeo tre mesi all’anno li vivo a Napoli.

Ora, pur avendo sempre la nostra casa nel paesino toscano, siamo in trasferta da quasi due anni accampati in un paese nel bel centro del Veneto. Il figlio ballerino quando ha passato l’audizione era troppo piccolo per andare a vivere da solo in convitto e così, con tre vestiti, cinque computer e un numero incredibile di caricabatterie, ci siamo spostati qui per un anno scolastico che per sventura è diventato due.
E abbiamo scoperto qui, e SOLO qui, un’altra Italia.

Non me ne vogliano gli amici veneti, con i quali comunque ci siamo già confrontati con il sorriso e gli altri chi se ne importa, se ora racconto qualche esperienza.

Primi giorni di scuola, terza media, riunione tra docente coordinatrice di classe, un altro collega, e una ventina di genitori. Conto quattro italiani e scopro che questa scuola raccoglie bambini di 37 nazionalità diverse. Ma la mascella mi casca quando sento la coordinatrice, docente di italiano storia e geografia, parlare in veneto tutto il tempo. Badate, non con accento veneto, in dialetto veneto.

La sera chiedo a mio figlio: ma la tua compagna di banco cinese come ha fatto a imparare l’italiano? Non parla italiano, mamma, parla veneto.
E impieghiamo pochi giorni per renderci conto che anche la rumena che gestisce la lavanderia parla veneto, e pure la parrucchiera brasiliana sotto casa.
Tuttavia mi è ricascata la mascella quando, dopo un breve ricovero in ospedale, vado allo sportello per richiedere la cartella clinica e la tipa mi spiega con gentilezza come averla. Capisco che devo aspettare un mese ma non cosa devo fare, le chiedo quindi di ripetere, per cortesia, in italiano e lei mi risponde piccata sempre in veneto: “ma io sto parlando in italiano!”.

L’ospedale, dicevo, anche quello è un altro mondo: spazi ampi e luminosi, un bagno in camera da albergo di lusso, medici e infermiere gentilissimi e apparentemente preparati, insomma, ho passato una settimana in un telefilm americano – dove però tutti stranamente parlavano veneto. Voglio dire, nel bene e nel male è un altro mondo qui.

Per esempio i rifiuti (e qui i miei cinque lettori faranno il paragone con Napoli) sono gestiti in modo severo. Qui la spazzatura è sotto chiave, e solo i residenti che hanno la chiave possono depositarla nei cassonetti appositi o negli armadi urbani appositamente allestiti. Tuttavia per strada non trovi un pezzo di carta, neppure nel giardinetto che ho di fronte casa e che è abitato da immigrati di tutti i colori.
Un giardinetto che immagino costi un sacco di soldi specialmente in questa stagione perché, anarchico, osa fiorire. Il prato si colora di bianco e giallo con un mare di margheritine non regolamentari che spuntano tutte insieme, e fanno appena in tempo a regalare un sorriso per cadere subito sotto la falce di un rumoroso trattorino che le fa fuori in un amen. Tutte le settimane, per un paio di mesi, le povere margheritine provano inutilmente a reclamare che quello è un prato e non una moquette.

E non è l’unica cosa che sicuramente costa un sacco di soldi, dall’arredo urbano alla quantità sterminata di visoni che girano per le strade (lunghi fino a terra e indossati anche da giovani donne) si capisce che giravano soldi, tanti soldi, fino a poco tempo fa. Ora si percepisce stupore e rabbia, ed è palpabile il fastidio verso gli schiavi importati con la favola del mitico nord est che ora non servono più, ma nel frattempo hanno aperto le loro attività e tirano innanzi.

Torniamo alla scuola, una media dal POF irreprensibile nel quale si sfoggia una grande attenzione per l’inclusione. Con tutti questi ragazzini multicolore, pensavo, meno male!
Ma pochi giorni dall’inizio della scuola mio figlio, che nel nostro paese aveva amiche e fidanzatine di tutte le nazionalità, esordisce con commenti irripetibili a sfondo razziale verso un paio di compagni lasciandoci esterrefatti.
Tempo due mesi e succede che una sua compagna di danza, che è appena arrivata dalla Sicilia e vive con altre bimbe in convitto, a scuola mostra orgogliosa alle compagne di classe le sue scarpette da ballo. L’insegnante le prende le punte e le scaraventa per terra appellandola con un “brutta meridionale”. Il tutor fa quello che può, trasferisce la ragazzina in un’altra scuola, per fortuna è una brava studentessa e non ha avuto altri problemi.
Del mio non si può dire altrettanto, pensa a ballare e non ama lo studio, ha lacune importanti che si trascina da tempo e non viene ammesso all’esame di terza media. Non mi piace ma non contesto, di fatto penso che gli possa essere utile ripetere. Vado quindi a parlare con la coordinatrice di classe e le chiedo se ha senso spostarlo in un’altra sezione, nella quale troverebbe un’altra compagna di danza con la quale studiare. Mi osserva un attimo e poi mi dice che, certo, è possibile, ma forse è bene che io parli prima con la collega dell’altra sezione. La chiama, me la presenta, le spiega la questione. La tipa, secca secca nel fisico e nei modi, una di quelle che parlano con i denti stretti e che ti danno l’impressione di essere più frigide di un fossile ordoviciano, esordisce dicendo che la sua è una classe molto buona, senza ragazzi che disturbano. La collega la interrompe dicendo che l’allievo in questione non è uno che disturba, che è educato e rispettoso, che ha altri problemi: una doppia scolarità e quindi poco tempo per studiare, e anche poca motivazione, a dire il vero.
L’altra non si arrende, si volta verso di me e dice: signora, non le posso impedire di iscrivere suo figlio nella mia sezione, ma sappia che quest’anno ne abbiamo bocciati cinque, sa, per fare un po’ di pulizia… e anche uno solo che non ha voglia di studiare può rovinarmi una classe… e poi noi ci teniamo ai nostri risultati dell’invalsi, piuttosto non li ammettiamo!
Non rispondo, la saluto cortesemente, ringrazio l’altra collega e vado dal preside: se cambia sezione a mio figlio mettendolo nella classe di “quella là”, giuro che tempo una settimana a “quella là” metto le mani intorno al collo, e la faccio io un po’ di pulizia…
Gli hanno cambiato sezione ma non è andato nella classe di quella là. Non che sia stato molto diverso.

Non vedo l’ora di andarmene da qui e, nonostante l’ottima accademia di danza per la quale continuiamo a nutrire stima e fiducia, l’idea di lasciare il rampollo in convitto, ora che ha l’età per starci, mi piace poco. Bisogna esserci nati per vivere qui, altrimenti sei un immigrato – pure se parli valdostano – al pari di un africano.
In Piemonte non parlano dialetto neppure nelle scuole di montagna, e nei mercati dei paesini ischitani ti possono dare del voi ma ti parlano in italiano, questo è davvero un altro paese.

Quindi all’amico che pubblica su FB i risultati del referendum per l’indipendenza della sua regione (referendum promosso proprio da quella politica locale che l’ha messa in ginocchio), amico che stimo come professionista ma del quale non condivido l’orgoglio veneto spesso ostentato, a quell’amico e a tutti i veneti che non amano parlare italiano auguro con tutto il cuore che il loro sogno si avveri.
Dopo aver guardato questo film, però.

 

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2 Responses to Non è Italia, giuro.

  1. Giulia says:

    Cara amica, ti vorrei chiedere se hai scritto questo articolo il 21 marzo 2014…se la risposta è sì, you made my day!
    Mi rende molto felice sapere che lì tutti parlano ancora il veneto come lingua madre!
    Di tutto quello che hai scritto solo una cosa mi ha turbata: l’insegnante che ha buttato le scarpette della ragazzina siciliana.
    Prendendo per buono che la storia che hai scritto sia completa e che non sia capitato qualcos’altro che ha fatto arrabbiare la maestra, non tollero comportamenti meschini e crudeli nei confronti dei bambini, perciò non stimo una persona del genere.
    Per il resto, non sei molto corretta a parlare così della mia regione d’origine.
    Io sono una veneta nata in Piemonte, sono piemontese sulla carta e adoro questa regione, ma mi sono sempre sentita veneta.
    Con i piemontesi, io, ho avuto tanti conflitti, però non mi sognerei mai di scrivere articoli su un blog per offenderli, e sapessi quanti problemi mi hanno causato gli immigrati meridionali!
    Per tutta l’infanzia e l’adolescenza sono stata oggetto di bullismo vero e proprio da parte di meridionali immigrati in Piemonte, l’episodio delle scarpette? Una bazzecola in confronto a quello che ho subito, insulti, schiaffoni, umiliazioni quotidiane senza nessun motivo. Per favore non rispondere ”chissà cosa avrai fatto per meritartelo”.
    Io però non sono interessata a creare un blog e a raccontare di come gente che in prima media non sapeva ancora scrivere e leggere in italiano, che veniva a scuola due volte l’anno, mi ha maltrattata.
    Ora lo scrivo a te qui perché insulti la mia gente, che non è vero che considera extracomunitario un valdostano.
    Il fatto che tu dica che per fortuna non sei piemontese doc mi fa capire che non stimi molto neppure i piemontesi…e sapessi quanti emiliani conosco, che non sopportano i meridionali e gli immigrati!
    Il Veneto non è Italia, è stato annesso al regno dei Savoia con un referendum truffa, la lingua veneta (e tutti i suoi dialetti) è stata parlata dalla gloriosa Serenissima per 1100 anni, dai veneti fino al 1950, la lingua dei veneti è il veneto, che non è un dialetto dell’italiano.
    Se non ti piace vivere insieme ai veneti, come hai detto trasloca, chi ti punta una pistola alla testa?
    Ricordati che se vuoi essere rispettata devi rispettare, tu essendo sposata con un napoletano sei arrivata lì prevenuta.
    E in conclusione, Torino non rappresenta il Piemonte e dove abito io la gente che vive nei paesini lo parla il piemontese, anche i ventenni. E’ la loro lingua.

  2. Noa says:

    Ciao Giulia, sì, era il 21 marzo 2014 :)
    E no, non penso di aver insultato i veneti, ho molti amici veneti e non mi permetterei. Ho raccontato la mia storia, e ti assicuro che essendo cresciuta a Torino, e con un nonno veronese che ho dimenticato di menzionare, non avevo motivo di esser prevenuta. In definitiva anche tu ammetti che il veneto non è italia e sostieni la dignità di lingua del veneto. La mia storia è senz’altro stata influenzata dal fatto di essere capitata in un piccolo paesino in mezzo al niente circondato dal nulla. Se fossi stata a Verona, a Padova o a Venezia sicuramente sarebbe andata diversamente. E sì, so che nelle campagne piemontesi molti, anche giovani, parlano piemontese, e lo parlo pure io, tuttavia non ho mai visto un docente di lettere imporre il dialetto (ok, lingua) in classe o parlarlo sfacciatamente con i genitori magrebini di un allievo. E non ho raccontato, per brevità, un sacco di altri episodi.
    Infine ti dirò che ho traslocato, era solo una trasferta, per fortuna :)

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