Sep
28

scuola_digitale
Uscito il decreto sui libri di testo firmato dal ministro Carrozza leggo commenti ovunque, su FB soprattutto. Su Pioniero un articolo che riassume le criticità che in rete stanno generando commenti.

Io però di altro vorrei parlare, non del presente decreto ma di quello che lascia immaginare, in attesa, chissà, di discuterne ad un tavolo di lavoro appositamente organizzato.
Vedetela come una lettera aperta.
Di piattaforme che abbiano le caratteristiche di interdisciplinarietà e di accessibilità, oltre agli strumenti di lavoro (appunti e glossario), e agli strumenti di condivisione (la parte social), che io sappia, di pubblicato c’è solo la nostra DidaSfera. E di editori che utilizzano le licenze Creative Commons non ce ne sono molti, oltre a noi solo Garamond. Ho la sensazione che i prodotti vincitori delle gare di editoria digitale del MIUR abbiano ispirato molto questo decreto.

Ora però qual è lo scenario che il ministro lascia intravedere? È quello di una piattaforma comune dove tutti gli editori possono pubblicare i loro contenuti, o quello di un websoftware comune, che ogni editore utilizza per realizzare la propria piattaforma, in modo che saltellando tra gli ambienti le classi si ritrovino la stessa interfaccia e gli stessi strumenti?
Il primo ha il suo fascino, perché consentirebbe di creare collegamenti stretti non solo fra testi di materie diverse ma anche fra testi di editori diversi. Supponiamo quindi che qualcuno incontri qualcun’altro sulla via di Damasco e che quell’orrore di Scuolabook diventi miracolosamente una piattaforma navigabile come, anzi meglio (possibile eh), di DidaSfera. Bisogna pensare, però, che perché siano tutti davvero utilizzabili devono essere tutti “adottati”, nel senso che la licenza di accesso alla piattaforma deve dare accesso a tutti i contenuti (non solo al testo adottato) come appunto in DidaSfera, altrimenti il link ti sbatte la porta in faccia.
Credo che per un editore tradizionale che si converte al digitale non sia facile affrontare un approccio di questo tipo, non fosse altro che per i contratti in essere con gli autori. La gestione collettiva del diritto d’autore che noi utilizziamo è strettamente collegata all’accesso totale ai contenuti, al principio flat rate che noi abbiamo scelto di seguire ma che nessun editore scolastico ha mai condiviso.
Bene, se questo è complesso da risolvere per un editore che distribuisce solo cose sue, figuriamoci se la gestione collettiva prevede più editori. Anche questo noi l’abbiamo risolto, tecnicamente parlando, e infatti abbiamo testi di Guaraldi, ma è difficile creare una “comune” dove tutti gestiscono collettivamente il diritto d’autore di tutti, perché mica ci stanno a far così.
E poi, ammesso, già è complesso creare collegamenti (e nel nostro caso anche la navigazione semantica) tra testi nostri, che conosciamo bene, chi mette nella piattaforma i contenuti di un editore come può conoscere, e quindi suggerire percorsi, i testi di tutti gli editori? E di altri problemi ce ne sono molti, la vedo dura assai.

Molto più facile pensare al secondo scenario, alla realizzazione di una piattaforma con un sorgente comune, open, e poi ogni editore si fa il suo contenitore. Voglio dire, una volta stabiliti i requisiti di accessibilità, navigabilità e compatibilità, non è così fantascienza realizzarla, lo studio che ha creato DidaSfera (e che sta lavorando a una nuova versione) è senz’altro in grado di farlo, e bene.
Tuttavia anche questa soluzione presenta delle criticità. Intanto bisogna creare delle linee guida per l’utilizzo del framework da parte degli editori, per esempio: quanto possono personalizzare la piattaforma? E non è cosa da nulla: imporre a tutti la stessa interfaccia è come imporre a tutti di stampare testi tutti grossi uguali, tutti impaginati nello stesso modo, magari con un numero diverso di pagine e la copertina… bè quella deve essere diversa altrimenti chi riconosce il testo?
Insomma, per un editore non è così scontato rinunciare alla propria veste editoriale, anche se digitale.
E quanto poi queste personalizzazioni rischiano di inficiare la omogeneità di strumento d’uso, motivo per il quale si investe sul framework comune? E quanto le modifiche rischiano di minarne l’accessibilità? Oh, lì in effetti basta un’immagine nella quale si dimentica di inserire il testo alternativo.

Ma la cosa forse più importante è quella che giustamente il ministro cita nel decreto, la velocità dell’evoluzione e l’obsolescenza degli investimenti. Siamo sicuri che dopo due anni abbiamo voglia di ricominciare da capo? Di nuovo stilare linee guida, di nuovo… Perché, sapete, noi dopo due anni la stiamo rifacendo nuova nuova DidaSfera, ed è mica un investimento da nulla, ma queste cose invecchiano in fretta, e da molti punti di vista, non solo quello puramente tecnologico. Non rischiamo, con questi tempi di magra poi, di trovarci fra (soli) tre quattro anni con uno scheletro invecchiato e limitante, sul quale però gli editori hanno investito tempo e risorse?

No, non sto osteggiando la cosa, anzi, parliamone. Ma facciamo attenzione a far le cose pensando al futuro, e un futuro neanche troppo lontano.

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