Oct
29

ovvero, com’è stata progettata :)
(se non sai cos’è DidaSfera leggi il primo post)

Progettare una casa, un business plan o un armadio significa creare uno spazio interno isolando una porzione dello spazio esterno tramite frontiere (confini, pareti o numeri) che separano una regione interna da una esterna.

La regione interna può essere ulteriormente suddivisa e, secondo gli obiettivi che ci siamo prefissati, ci possono essere dei collegamenti fra questi spazi (una casa avrà le porte, mentre un cassetto è bene non abbia un buco che lo collega a quello sottostante).

Ma spazi interni non vuol dire spazi chiusi o isolati, la continuità spaziale deve comunque essere garantita con uno spazio di relazione, di comunicazione.

Supponiamo quindi di fare design solo con questo spazio, quello di relazione, e di abitare solo quello. Non abbiamo muri ma solo connessioni.

E iniziamo quindi a configurarle.

Abbiamo delle persone che sulla mappa sono insiemi di oggetti relazionati tra loro sulla base di tipi, non si tratta di una gerarchia, ma piuttosto di un’olarchia, dove non c’è una posizione – appunto – gerarchica, ma cluster autogestiti e mutevoli dove la posizione di ognuno (in un dato momento) è data dall’unicità dei frutti che può dare il suo interagire con gli altri. Frutti, creati e organizzati secondo una struttura modulare e una connessione logica.

Abbiamo così una mappa di dati mai completa, dati che, come i pensieri che rappresenta, sono un flusso, un diario di bordo e, nel contempo, un’impalcatura che ci consente di vedere l’intera struttura di un’idea così come di entrare nel dettaglio.

Questa impalcatura facilita la creazione condivisa, chiamiamole intuizioni collettive, e la condivisione della creazione (che è n’altra roba). In questo modo ciascuno può ottenere la comprensione visiva di un livello più elevato che è fondamentale in progetti complessi.

Noi siamo abituati a organizzare dividendo e spezzettando, e organizzando i dati in cartelle e sottocartelle (pensate alla directory del vostro computer) arriviamo alle parti più piccole. E la complessità del sistema tende ad aumentare man mano che andiamo specializzando. Creare una mappa è come mettere un livello di semplicità attraverso il quale leggere la complessità.

Colleghiamo le cose insieme, piuttosto che dividere e separare la conoscenza in piccole porzioni.
In ogni caso se vogliamo lavorare con approccio riduzionista possiamo farlo perdendoci però le interdipendenze, mentre così è sempre percepibile il contesto di riferimento all’interno del quale si può agganciare un’idea o un nuovo progetto che, il più delle volte, scaturirà dal contesto stesso. Ed è questo a far sì che l’insieme sia più della somma delle sue parti favorendo anche una forma di magnetismo che facilita l’aggregazione, sia da un punto di vista di collaborazioni autoriali, sia per quanto riguarda i contenuti.

La struttura che si crea è metastabile: si regge su un non equilibro capace di persistere, potremmo quindi dire che è resiliente.

Abbiamo quindi un organigramma a geometria variabile, una struttura policentrica e dialogica dove i confini sono sostituiti dalle connessioni, esattamente come il prodotto che viene creato: il risultato del lavoro ha le stesse caratteristiche “elastiche” della struttura operativa che l’ha realizzato.

La particolarità vera sta quindi anche nel fatto ciò che ne viene fuori è un libro (dieci libri o cento libri) che diventa un unico ambiente multidisciplinare che consente percorsi reticolari per chi al filo di Arianna preferisce la tela di Aracne. Un libro che non è più un libro non solo perché è digitale, ma perché non ha più senso leggerlo da cima a fondo in quanto nel liquefarsi ha perso sia la cima sia il fondo, e dove l’indice è costituito da punti evento che ne determinano topologicamente la pluridimensionalità.

In questa avventura l’innovazione sta non tanto nel modo nuovo di affrontare un singolo processo, ma nel sovvertire i tradizionali approcci in tutta quella che è normalmente chiamata “filiera”… ecco qui è sparita la filiera. Qui si è creata un’organizzazione del lavoro che è essa stessa un contesto formativo, esattamente come sarà il “libro” che stiamo creando. Ed esattamente come sarà, anche, il meccanismo di distribuizione: una funzione di ricerca utilizzabile come radar culturale.

bozza della mappa semantica - wheel - del motore di ricerca

Alla luce di tutto questo potrebbero essere un po’ meno oscuri questi tre miei precedenti post che qualcuno di voi forse ricorda (e magari ha pensato fossero un po’ strani):
How long is now
Veniamo in pace :)
Quello che oggi è grafica, domani sarà coreografia.

Questo è il quarto post della serie “DidaSfera“, gli altri potrebbero interessarti:

DidaSfera, primo post: la piattaforma BBN
DidaSfera, secondo post: la navigazione dei contenuti
DidaSfera, terzo post: strumenti e social learning
DidaSfera, quinto post: collaborare
DidaSfera, sesto post: bando di partecipazione

Posted in didasfera, editoria scolastica, news BBN, news scuola, non dite che non lo avevo detto | Tagged , , , , , , , , , , , , , , | 2 Comments

2 Responses to DidaSfera, quarto post: una struttura metastabile

  1. Complimenti!, sei avanti di almeno un lustro. Un miniconsiglio: cura di più i refusi, perché a un vecchietto come me danno fastidio (per es. mi urta leggere “relisiente” invece di “resiliente”).

  2. Noa says:

    Corretto, grazie!
    E grazie anche per i complimenti :)

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