Mar
09

In questi giorni mi capita spesso di sentire un’amica sconfortata e non posso fare a meno di pensare a un mio vecchio fidanzato, così come da anni succede ogni volta che la parola “sconforto” arriva alle mia mente. E anche quando il sentimento mi coglie, raramente assai e dura appena qualche minuto, io penso a lui e sorrido.
È una storia che risale a tanto, tanto, tantissimo tempo fa. Dopo vari tira e molla a un certo punto decisi di sparire, e senza una parola, senza uno straccio di spiegazione. No, non ne vado fiera ma all’epoca evidentemente non ero in grado di darne.
Sono passati anni, altre storie, un altro figlio, una vita insomma, e da tempo so cosa non poteva funzionare: lo sconforto su di me non attacca. E lui era lo sconforto fatto persona, tanto che così lo avevano argutamente soprannominato i suoi commilitoni durante la naja.
Allora, visto che io dagli adolescenti che giocavano a fare gli esistenzialisti ho sempre girato al largo, e poi – aggravante – non si era neppure più adolescenti, sono fuggita a gambe levate. Peccato però, perché mi piaceva tanto. E in effetti oggi credo che sia l’unico “sconforto” al quale potrei abbandonarmi per più di cinque minuti. Ma non molti di più eh! :P

Tutto questo per dire che non è facile deprimermi e che è inutile provarci.

Ho ricevuto recentemente una squallida mail da un contatto professionale che non ho mai incontrato personalmente, una mail sgradevole nei toni e menzognera nei contenuti, scritta con il chiaro unico intento di ferirmi.
Non ho neppure risposto, ma pubblico per l’autore della meschina missiva un’immagine che vale tutte le poche parole che potrei sprecare solo ne avessi la voglia e il tempo.

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