Nov
09

coccoina

Mario Agati ritorna sul discorso dei nativi digitali e, anche questa volta come già mesi fa, la discussione si fa interessante.
Come Antonio Fini, che risponde sul proprio blog, anche io rimango colpita da questa frase, e come lui decido di partire da qui per commentare:

…e dire che loro non sono digitalmente performanti solo perché molti (moltissimi!) hanno la consapevolezza critica di un criceto è come dire che la nostra generazione non è gutemberghiana solo perché la maggioranza degli adulti non sa decodificare decentemente un quotidiano (e nemmeno le panzane delle tivu berlusconiane).

I commenti però, quello di Antonio ma anche quello di un giovane studente, rifiutano la rassegnazione che sembra sottendere il “facciamocene una ragione“, e tracciano le linee di una responsabilità educativa e che, a ben vedere, a me pare la stessa di sempre.
Perché dunque la maggioranza degli adulti non sa decodificare decentemente un quotidiano e le panzane delle tivù berlusconiane? Il tasso di analfabetismo è ai minimi storici, ma l’impero romano – solo un esempio, ma non a caso – è roba lontana, e la sua storia non è stata compresa, la storia delle idee.
La questione quindi a me sembra sempre tornare, grazie al cielo, su cosa e come far passare le idee attraverso gli strumenti – gutemberg o pixel che siano – e non sulla vera o presunta (ma comunque auspicabile) padronanza degli stessi.
Le mani che scorrono sciolte fra tasti e tastini, le finestre che si aprono a randa stanno a saper leggere e scrivere, che è ben diverso da saper studiare, e infatti si finisce con googlate incoscienti :D
E allora cosa intendiamo per “competenza digitale”? Se pensiamo che la prima delle otto competenze chiave “comunicazione nella madrelingua” significhi semplicemente saper parlare e magari pure leggere e scrivere nella propria lingua, allora possiamo davvero dire che la maggioranza dei nostri studenti ha competenze digitali native. È così? Non credo.
Allora lasciamoli, anzi facciamoli pure lavorare grabbando le foto da facebook, lasciamoli facciamoli attaccare l’ipod e utilizzare la musica di pinco, ma accompagnandoli e continuando a stupirli con gli effetti speciali dei pretenziosi graffiti tracciati sulla SmartBoard, ma anche sulla nera lavagna, e trascinandoli nella ricerca delle risposte domande. Altrimenti la loro competenza digitale rimane quella di saper utilizzare strumenti facilitatori che sostituiscono magistralmente forbici a punta tonda e coccoina. E del nostro fàtico comunicare con loro non rimane nulla.

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6 Responses to Fàtiche digitali

  1. Maria Grazia says:

    Ma non è che, per caso, queste competenze in più o in meno, vere o presunte, sono in realtà l’ennesimo sintomo di una scuola che – ahimè – stenta nel sostegno allo sviluppo delle competenze off-line?

  2. noa says:

    Può darsi, ma dove è eventualmente così continuerà a stentare. Salvo particolari casi (tipo difficoltà di apprendimento ecc) dove la tecnologia può supplire davvero.

  3. Agati says:

    Grazie dell’attenzione, Noa. Quoto in pieno il tuo post, che può integrarsi perfettamente con il mio. Quando dico: “facciamocene una ragione”, non intendo: arrendiamoci! Ma… cerchiamo di conoscere i barbari che ci stanno davanti, cerchiamo di cogliere i loro valori (anche estetici di riferimento), cerchiamo di capire quali sono le loro potenzialità (umane e tecnologiche), mescoliamoci con loro, passeggiamo con loro, nuotiamo con loro… Solo così, come avviene in ogni incontro/scontro fra civiltà diverse (culture diverse, generazioni diverse…) possiamo NON abdicare al nostro ruolo di guide (fatto salvo che molti di noi non hanno proprio il patentino da guida!). Il che non significa – ma sto annoiando anche me stesso arrampicandomi sull’ovvio – che ci dobbiam omettere alla pari: noi abbiamo un ruolo (professionisti dell’apprendimento) loro un altro (attori dell’apprendimento)… ma la nostra autorevolezza dipende anche dalla nostra capacità di decodificare i loro codici (i loro occhiali culturali) e non semplicemente quella di imporre (spesso ex cattedra) i nostri. (non è un caso, forse, che la Filippi di Amici sappia comunicare meglio con i raga di tanti profi polverosi)…

  4. noa says:

    Benvenuto ;)
    Si’, è difficile oggi esser padroni dei tanti modi in cui le informazioni e la conoscenza si organizzano e vengono trasmesse, è la complessità del mondo che sta venendo a galla, schiumando e rendendosi evidente anche a chi non ha gli strumenti per affrontarla. In questo contesto l’approccio reticolare è l’unico modo per accompagnare lo sviluppo di un pensiero critico.
    Ci sarà da lavorare molto :)

  5. noa says:

    [OT] About “facciamocene una ragione”:
    tra me e mio marito, io savoiarda e lui partenopeo, or ora interpellato, c’è una differenza di interpretazione, per lui è “facciamocene una ragione, punto.”, è così e mettiamoci una pietra sopra (fatalismo del sud?).
    Per me è “facciamocene una ragione, quindi…”
    [/OT]
    ;)

  6. Agati says:

    “facciamocene una ragione, quindi…”… mi pare la sintesi perfetta di tutti i nostri ragionamenti! Grazie e… buona vita! ;)

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