Apr
16

fermaglio

Avevo in animo di scrivere una traccia del mio intervento di ieri, pensando di riassumerlo.
Ma, vuoi perché per motivi di tempi ho dovuto – come il bravissimo prof. Guastavigna1 prima di me – accorciare di parecchio il discorso previsto e quindi “andare a braccio”, vuoi perché Agostino Quadrino di Garamond, presente in sala, ha fatto una precisazione che mi ha fatto pensare di non essere stata molto chiara su un punto che ritengo estremamente importante, invece di fare un post riassuntivo ne farò uno di approfondimento, segnando in italic le cose che avete già sentito ieri. Con tutti i link, come previsto. Spero di non annoiarvi :)

Ho iniziato l’intervento partendo da una discussione in rete, una delle tante, interessantissime, che ho seguito in questi giorni.
Una discussione nata nel blog di Antonio Fini, docente di informatica, con il titolo “il mito dei nativi digitali” per essere ripresa su FB dall’attento Gianni Marconato e riapprodare sui blog, su “Apprendere” per primo, sempre di Marconato (qui e qui), e poi altri, ad esempio su “tecnologie per crescere” del disincantato (e bravissimo) Mario Agati (a puntate: qui, qui, qui e qui).
La tesi proposta da Antonio Fini, sostenuta da autorevoli pubblicazioni straniere, è che i nativi digitali, citati anche dalla circolare sulle adozioni, non esistono, sono un bluff.
I tre punti su cui fonda la tesi sono incontestabili:
1) diamo per scontato che i ragazzi vivano immersi nella tecnologia ma il suo uso reale è molto tradizionale (scrittura, email, navigazione)
2) produzione di contenuti è un fenomeno limitato
3) le differenze di skills all’interno della generazione sono le stesse esistenti tra generazioni.
Ma a parte queste considerazioni, che hanno generato riflessioni e pareri diversi, quello ha richiamato l’attenzione degli insegnanti che hanno partecipato, ripreso e rilanciato la discussione è il concetto di moral panic che la definizione di “nativi digitali” genera nel sistema educativo.
Si discute del rischio che “il sistema educativo potrebbe essere tentato di abdicare al proprio ruolo rispetto al tema delle tecnologie, sia perché si ritiene inadeguato sia perché pensa che comunque i nativi siano… nativamente competenti in virtù della loro appartenza generazionale!”.
L’articolo di Fini è, in definitiva, una provocazione, e chiude con una frase ad effetto:
“Non lasciamoci allora intimorire o confondere dai nativi digitali: in realtà…non esistono!!”

Mi è parso quindi interessante usare questa discussione come incipit e tracciare un parallelo dicendo:
Bene, vi rassicurerò, di nuovo, non lasciatevi intimorire o confondere dai libri digitali: in realtà… non esistono. Non ancora.
Se prendiamo, infatti, per buono il fatto che i nativi digitali non esistono perché le loro (presunte o reali) competenze sono di natura tecnica e non culturale, allora anche gli ebook non esistono. Infatti le poche cose che vi si propone ora sono infatti di natura tecnica e non culturale.
2

Questa frase è stata evidentemente fraintesa, e ha offeso il collega e i suoi autori. L’ho approfondita, ma evidentemente avrei dovuto farlo meglio.
Lo faccio qui riprendendo alcune cose che ho detto, sempre in italic, e allargando il discorso.

Tutto quello che viene presentato oggi come testo digitale, anche dalla BBN che rappresento, è qualcosa di estremamente primitivo rispetto a quello che potremo avere in mano tra qualche anno. Posso affermare, pronta a qualsiasi confronto, che quello che abbiamo in catalogo noi è, a livello di evoluzione e qualità di contenuti, quello che di meglio offre l’editoria scolastica digitale oggi, ma anche le nostre pubblicazioni sono ora delle sperimentazioni. Poche cose, e buone proprio perché son poche, fatte con fatica e con amore, con la passione per la ricerca e con l’indiscutibile vantaggio di non dover render conto a degli azionisti del nostro fatturato.

Ma io, che sono la prima ad aver pubblicato un catalogo digitale per le scuole (Il nostro primo catalogo di testi pronti e pubblicati sul sito è uscito nell’aprile del 2007) non so dirvi come sarà un testo digitale fra qualche anno.
Posso immaginarlo, e in BBN siamo, a livello di progetto e di evoluzione tecnica, ben oltre a quello che vi proponiamo già pubblicato, ma quello che bisogna fare oggi è sperimentare. I vantaggi che può offrire un testo digitale VERO vanno ben oltre le questioni di peso e di costo sulle quali si arenano i media.
Se un testo digitale, infatti, si limita a essere il classico testo distillato in un pdf (intendo il file di stampa, compresso con il distiller di acrobat per ottenere un pdf ragionevolmente leggero) abbiamo un testo che risolve dei problemi (peso e costo) per crearne degli altri (stampa casalinga e gestione dei fogli in classe), ma che, soprattutto, abdica a se stesso. Un testo digitale deve essere progettato come tale, la sua struttura diversamente articolata e, soprattutto, deve essere liquido.

Facciamo un piccolo salto e parliamo dei DRM. [trovate due post sul falso problema della pirateria qui e qui]
Sono dei lucchetti antipirateria, antipatiche e retrive restrizioni che limitano la diffusione e l’utilizzo illegale dei contenuti con diritto d’autore. Chi pensa al testo digitale come oggetto, e quindi come ad un file fatto e finito di un libro che, stampandolo, sarebbe niente più che un libro tradizionale (e quindi di venderlo come fosse un oggetto) pensa anche alla possibilità di lucchettare i file. Noi non l’abbiamo mai pensato: i file sono “mai finiti”, sono come un software, in continuo aggiornamento, e quindi non li vendiamo, e non abbiamo bisogno di mettere loro protezioni: li diamo in licenza d’uso alle scuole, agli insegnanti, i quali poi possono duplicare, stampare, fotocopiare ecc…
E, cosa più importante, possono intervenire. E qui torno al testo liquido.

Fino a oggi gli insegnanti si sono visti recapitare da volteggianti rappresentanti delle case editrici cataloghi e copie saggio. Tra queste offerte hanno dovuto (e devono ancora) scegliere il migliore o, a volte, il meno peggio.
Qualche coraggioso riesce a fare un’adozione alternativa, altri adottano testi che poi non usano proponendo in classe materiali autoprodotti, spesso di ottima qualità.

Ora c’è chi propone agli insegnanti corsi per spiegare in 150 ore com’è fatto e come si dovrebbe usare un testo che ad oggi null’altro è che il pdf di un testo tradizionale (chi ha insegnato e chi insegna sa quale bene prezioso siano 150 ore: pochi insegnanti dispongono di tante ore per svolgere il programma nell’intero anno scolastico). Di questo ieri non ho parlato, ma è importante ammettere che io non sarei in grado di parlarvi per 60 ore (sessanta!) di “strategie di integrazione e dell’innovazione didattico-metodologica di un ebook”. Invidio chi è in grado di farlo (verrebbe a me il “moral panic”!), ma starei 60 ore, e ancora 60, ad ascoltare voi.
Rilancio quindi l’appello: lavoriamo insieme, sperimentiamo e scopriamo insieme come sarà il VERO testo digitale.
E ripropongo (anche per chi mi legge e ieri non c’era) lo spiegone sul perché, anche se il testo nasce nella scuola, anche se esiste wikipedia (lunga vita a lei), la figura dell’editore rimane necessaria.

La figura dell’editore si deve evolvere, come i libri3.
Notate che parlo sempre di evoluzione, e non di innovazione.
L’editore ha dei compiti ai quali non deve abdicare: il primo, in assoluto quello più importante e anche il più impegnativo, è quello di garantire l’autorevolezza di un testo.
È un compito complesso che coinvolge, ovviamente, molte persone e sempre diverse. E su tante altre persone si spalma il resto del lavoro editoriale: dalla redazione alla correzione di bozze, dalla ricerca iconografica alla realizzazione dei disegni, dal progetto grafico all’impaginazione di tutto il testo. Parlando di testi digitali le cose non cambiano o, meglio, ci sono alcuni cambiamenti tecnici, o di flusso di lavoro, ma i compiti restano gli stessi.
4 Se ne aggiunge addirittura qualcuno perché, appunto, i testi digitali non devono essere semplici pagine tradizionali zippate, ad esempio devono (per legge!!!) essere accessibili.
Ieri ho spiegato, grosso modo, quali sono le caratteristiche di un testo accessibile.
Qui e qui potete approfondire. Anche perché non è una questione da poco, è importante, oltre che obbligatoria. Qui invece trovate un mio post su come NON deve essere il libro digitale (non so come saranno, ma come non devono essere mi è molto chiaro ;))
Sulla questione dei testi digitali in divenire, un commento su FB di Francesco Leonetti [diatriba e-book VS libro] centra il problema: se gli ebook fossero fatti bene non richiamerebbero l’idea del libro e, soprattutto, non lo farebbero rimpiangere. Un collega ha definito il nostro testo di storia un manuale a geometria variabile. È una questione di struttura del testo, che è stata concepita diversa a monte5, è nato per essere digitale per cui si può dire che già non è un banale testo in pdf, ma tante altre saranno le caratteristiche che faranno di un testo digitale qualcosa di estremamente diverso da un libro, così come lo conosciamo. Ci dobbiamo lavorare, ci stiamo lavorando, non abbiamo un vecchio catalogo da spremere in zip per farlo rendere ancora qualche anno… stiamo lavorando sul pulito, sul nuovo. È divertente anche :)

Fermi quindi i principali compiti dell’editore, bisogna creare un laboratorio aperto per poter far sì che la lavorazione del testo non finisca con un visto si stampi (stampa su file pdf), bisogna creare una classe virtuale, ma mi piace di più l’idea di un salotto6, dove il testo ha una sua vita e può ricevere gli amici: autori, insegnanti, coautori, collaboratori e, perché no, pure allievi7 che apportano al testo nuovi interventi, nuovi contenuti, anche solo suggerimenti di navigazione.
Quindi torno un attimo, a scanso di equivoci, a precisare la questione dei testi digitali che non esistono ma esistono.
Sia noi (BBN) sia Garamond (anzi, loro ne hanno pubblicati addirittura 42!) abbiamo pubblicato degli ebook per la scuola.
Ma non sono a mio parere, i nostri come quelli di Garamond, i testi digitali che dobbiamo pensare per il futuro: proviamoli, usiamoli come punto di partenza.
La prima differenza tra quelli che io chiamo “falsi testi digitali” (il testo tradizionale in pdf) e i “veri testi digitali (nati per essere tali e per questo preferisco chiamarli “testi digitali” e non ebook – bisognerebbe inventarsi un nome oltre che inventarsi il resto) si può pensare sia la scrittura, che da lineare si fa radiale, ma è il flusso di ritorno a fare la vera differenza. In questo senso, i testi digitali non esistono ancora. In questo senso il parallelo con “nativi digitali” che pure esistono ma non esistono ancora. E sì che ero convinta di essere stata chiara, mi scuso con la docente/autrice che si è risentita delle mie affermazioni :)
Torno a dire quindi (scusate se sono ripetitiva, ma adesso ho il moral panic del fraintendimento) che un testo “online” deve essere permeabile alla rete, deve poter essere discusso, implementato, modificato, mai finito.
Come ho detto ieri dovrebbe essere concepito dalla scuola, svilupparsi nell’utero virtuale della rete, essere partorito dall’editore, crescere educato da tutti.
Incominciamo da questa discussione, non finiamola qui, ditemi voi cosa ne pensate.

Note
1 Qui un articolo di Marco Guastavigna e Marina Boscaino sugli ebook
2 Qui un altro interessantissimo articolo di Marco Guastavigna e Marina Boscaino
3 Qui Il Manifesto dell’Editore del XXI secolo
4 Vedi nota 1, nell’articolo è pubblicato un video molto ben fatto della casa editrice Sant’Anna
5 Scarica il piano dell’opera
6 Il primo salotto: il blog del testo di storia, Civiltà in rete
7 Ma i ragazzi non dicono nulla? Questi “nativi digitali”, non sarebbero da coinvolgere, almeno i più grandicelli, almeno un pochino?

Altri link, cose nostre e altre no, random:
Sulla circolare: qui e qui
Cosa fanno i grandi editori: qui e qui
Il pensiero di Mario Guaraldi: qui
Tutto sugli e-reader: qui e qui
Un’intervista al nostro responsabile editoriale: qui
BBN manifesto: qui
Le nostre posizioni politiche: qui.

Penso che possano bastare eh!
Vi invito quindi a discuterne qui sul blog, possiamo usare i commenti.
Ma potete anche lanciare un nuovo argomento postando sul nostro forum qui: www.bibienne.it/bbs

Ultima cosa, ma importantissima!
Il link alla pagina dello SchoolBookcamp: http://barcamp.org/SchoolBookcamp

Ringrazio:
Daniele Barca per lo spazio che mi ha dedicato, Mario Guaraldi per la stima che mi concede, Amalibri perché è venuta da Forlì apposta per incontrarmi, e ha realizzato con le sue mani quel fermaglio per capelli che vedete in fotografia (e che ieri ho subito indossato) che rappresenta molti pezzi della mia vita tutti straordinariamente indovinati (compreso il mucchio di panni da stirare :D), ed è una piccola magia perché… non ci conoscevamo.

Ringrazio anche mio marito, che mi ha accompagnata :)

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20 Responses to DoceBo-Tech 15 aprile 2009

  1. Livio says:

    Molto bello il tuo post, e del tutto condivisibile. Ed evidenzi un problema fondamentale, la terminologia. Dietro a “e-book” si nasconde di tutto, dall’hardware ai presunti libri digitali, è perlomeno fondamentale capire di cosa si parla. Cosa che purtroppo a oggi non avviene.

  2. civettanotturna says:

    Infatti se i libri digitali sono da stampare (perchè in classe non ci sono i computer e non tutti si possono comprare un kindle) non possiamo più dire che sono digitali. Io non conosco i vostri testi ma ho il saggio della mia materia di Garamond, e la distinzione ebook-testo digitale mi sembra adeguata: di digitale per ora c’è solo il fatto che si scaricano da internet. Quando arrivano sui banchi sono fogli sparsi.
    Interessante e da meditare il discorso del “flusso di ritorno”.
    Vado a vedere il salotto.

  3. noa says:

    @livio, grazie :)
    @civettanotturna: hai centrato il problema, giusto l’altra sera un’amica con la quale ero al telefono ha fatto la stessa riflessione, se i testi digitali finiscono sui banchi stampati (oltre ai problemi di carta, costo stampa, gestione fogli) di digitale non rimane nulla, è digitale solo la distribuzione.
    Allora parliamo di evoluzione della distribuzione (o soppressione della catena distributiva) ma non certo di evoluzione del libro di testo.
    È certamente un passaggio necessario, sia per l’editore sia per gli insegnanti, per iniziare a provare e sperimentare, passaggio senza il quale è difficile organizzare il lavoro successivo, ma certo va affrontato – secondo me – senza perdere di vista il fatto che non bisogna fermarsi lì.
    La circolare, in effetti, non pretende nulla di più: testi in versione online o mista… favorendo quindi il lavoro più facile (e redditizio) per gli editori che possono fare direttamente i file pdf del materiale esistente e buonanotte. Ma accontentarsi significa avvallare, di nuovo, il tentativo di cambiare tutto perché non cambi nulla.
    ;)

  4. futre says:

    insisto, come più volte ho fatto su questo punto:

    “Ma i ragazzi non dicono nulla? Questi “nativi digitali”, non sarebbero da coinvolgere, almeno i più grandicelli, almeno un pochino?”

    Passeggiando per il docebo ho visto pochissimi giovani, e non sono neanche sicuro che fossero lì per l’occasione, credo sia assolutamente impossibile, o per lo meno non credo sia corretto, pianificare il futuro dei giovani, perché in parte è anche di questo che si parla, senza ascoltare il loro parere.
    La creatività, dovuta in parte alla freschezza ed elasticità mentale di un ragazzo, non va sottovalutata, anzi, deve essere di stimolo per migliorare e… reinventarsi.
    D’altronde basta passeggiare per il web per rendersi conto che quasi tutte le innovazioni o idee di un certo spessore/valore, vengono da loro.

  5. noa says:

    Forse il problema sta nel fatto che chi è in grado di proporre idee, o comunque di confrontarsi su argomenti di questo genere, pur essendo giovane, è già matricolato.
    I ragazzi direttamente coivolti dalla questione sono quelli della secondaria, che hanno con la rete un rapporto quasi esclusivamente passivo e che dovrebbero essere educati a dare e non solo a prendere. Chatel con “progetto novecento” – in epoca non sospetta, BBN non esisteva neppure – ha fatto questo con i suoi maturandi, e altri insegnanti stanno da tempo coinvolgendo i ragazzi nella redazione dei blog didattici (Il blog del Calvino è solo un esempio). Ma la strada da percorrere è ancora lunga. Dobbiamo essere noi (insegnanti, editori, adulti) a proporre progetti ai quali possano partecipare, ma progetti aperti davvero, non robe a “risposta chiusa”.

  6. LaProf says:

    Letto in fretta (è ora di cena!), ma mi sembra di poter condividere :-)
    Confermo che i nativi digitali sono un miraggio, per ora, se non altro per il fatto che sono, sì, nati nella tecnologia, che usano meglio e più naturalmente di noi immigrati, ma tuttavia, spesso non hanno la tecnologia così a portata di mano come si vorrebbe far credere.
    Se io ho una classe virtuale dove non posso lavorare (se non replicando ciò che faccio in classe) perché più della metà non ha computer o internet, saranno pure nativi digitali, ma, per ora, senza possibilità di azione.
    Il blog della mia classe, tanto per fare un esempio, può essere visistato da tutti solo a scuola, un’ora la settimana (e solo se il laboratorio è libero).
    Ci si vede allo schoolBook camp :-)

  7. noa says:

    Eh, ma sai, ho scoperto che bisogna fare attenzione a sostenere certe tesi eh!
    Mai qualche mamma preoccupata, sentendoci dire che i nativi digitali non esistono, potrebbe accusarci di dire che suo figlio non esiste!
    E sortire con un “ma come, con tutta la fatica che ho fatto a farlo!” :)

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  10. vista la citazione?

  11. noa says:

    Sì, e mi conforta sapere che il tempo è galantuomo :)
    Noi siamo consapevoli di lavorare per il futuro, e non ci interessa trascinarlo forzatamente, per pure questioni di fatturato, nel presente. Per quello parlo sempre di sperimentazione, perché dire alle scuole, agli insegnanti, “dovete adottare un ebook perché la circolare lo prevede” significa rinunciare alla collaborazione attiva, a quello che chiamo il flusso di ritorno. Significa fare quello che gli editori hanno fatto fino a ora: questi sono i libri che hai a disposizione, ora sono ebook, questo passa il convento e arrangiati.

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  14. Antonio Fini says:

    Prima di tutto, grazie per lo spazio dedicato alla mia piccola provocazione e alla più che corretta interpretazione ed estensione che ne hai fatto :-).
    E’ da ieri sera che (stra)parlo di e-book e finalmente trovo espressi i concetti che ho tentato (forse non riuscendoci appieno) di esprimere!
    Ecco, l’e-book attuale è una tappa di avvicinamento, un’approssimazione: mi sta bene!
    Il vero testo digitale è (sarà?) figlio della condivisione e del mashup: ottimo!
    Sarà anche davvero aperto, spero!

  15. Pingback: Arriveranno gli ebook per la scuola? « FARAONA, la gallina che non fugge

  16. noa says:

    @Antonio :)
    ciao!
    si, spero di sì.
    peccato che la scuola non sia altrettanto aperta…

  17. Pingback: Il blog nella didattica

  18. Paola Limone says:

    Grazie per la segnalazione fatta sul mio blog. Seguirò con interesse.

  19. Pingback: Bibienne BlogBooks on the Net Tecnica per il [tuo] futuro

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