Apr
30

Il blocco delle adozioni non è così rigido come alcuni sostengono (a chi fa comodo sostenerlo?).
La norma infatti che prevede che il collegio docenti possa modificare le adozioni che si sono rivelate sbagliate non è affatto stata abolita, anzi, anche l’articolo 5 della 169/08 dice che il vincolo dei 5 e dei 6 anni è tale fatta “salva la ricorrenza di specifiche e motivate esigenze”
Quindi, caro il mio collegio docenti, il parere unanime può modificare l’adozione in qualsiasi momento.
A maggior ragione se la casa editrice del testo adottato non mantiene l’impegno di aggiornare il testo nei modi previsti dalla normativa.
Giusto così, per chiarire.

Apr
27

catena

Riprendo dal convegno, per comodità: “Se prendiamo per buono il fatto che i nativi digitali non esistono perché le loro (presunte o reali) competenze sono di natura tecnica e non culturale, allora anche gli ebook non esistono. Infatti le poche cose che vi si propone ora sono di natura tecnica e non culturale.
Il “Se” iniziale regge la frase, e non c’è bisogno di dire che è un’”asserzione condizionale” no?
Ma, anche per chi non sa cos’è il modus ponens, e non conosce le regole d’inferenza, la seconda parte della frase spiega la prima.
In rete ci sono discussioni accese (soprattutto su FB) sulla opportunità (e sulla valenza politica che può avere) di mettere in discussione gli e-book.
Nella frase che ho qui riportato (e in tutto il mio intervento) metto sicuramente in discussione gli e-book ma, per chi non sa cos’è un’asserzione condizionale e non ha capito nulla della seconda frase, nonché del resto dell’intervento, io addirittura nego l’esistenza stessa degli ebook – naturalmente anche di quelli prodotti da noi – e, secondo il principio di disgiunzione, nego anche che esistano bambini e ragazzi che frequentano le italiche scuole.
Penseranno che io sostenga che se li sono mangiati tutti.
Se mi sente la MariaStella son guai, sia mai che, non essendoci allievi, le venga in mente di licenziare tutti gli insegnanti per la gioia di Tremonti.

Noi siamo i primi (in vari interventi in rete, compreso questo di Chatel) a concordare sul fatto che la sinistra abbia, su questo tema, scavalcato a destra. E sul fatto che gli ebook fanno risparmiare le famiglie, disturbano non poco le lobby editoriali e consentono ai piccoli editori di entrare in un mercato di cartello.
Sono, in definitiva, il futuro che la sinistra dovrebbe guardare con favore.
Ma io, donna di sinistra, mi devo accontentare di questo?
Io, editore di sinistra, mi devo accontentare di questo?
O posso dire, senza temere di essere accusata di collaborazionismo, che vorrei dei testi digitali di qualità?
È reazionario dire che siamo agli inizi e che c’è ancora tanto da fare?
Posso dire che i testi ora in commercio, COMPRESI I NOSTRI, sono primitivi (naif, quanto mi piace) rispetto a quello che dovremo fare nel prossimo futuro?
O forse appaio più progressista se sostengo che gli ebook che esistono ora sono perfetti così?
E se dichiaro che gli ebook in commercio ora, TUTTI, compresi i nostri, non sono conformi alla circolare che prevede siano accessibili alle tecnologie assistive? Rischio di essere rasata e perdere la lunga chioma?

Ma lasciamo perdere destra e sinistra (per chi vuole approfondire c’è l’analisi di Chatel che condivido) perché saltellare per i wall pestando i piedi e frignando “ce l’hai con me, allora sei fascista/comunista gne gne” mi pare idiota.

Lasciamo perdere, dicevo, rischiamo arditamente lo scalpo, mettiamo in discussione gli ebook, e vediamo come renderli degni del titolo di “testi digitali”.
Ho iniziato a parlare di testi liquidi almeno un anno fa, e in varie discussioni in rete, e quello che intendo dire quando parlo di testo liquido pare averlo compreso perfettamente Marconato:
credo che l’idea della de-strutturazione, della non strutturazione, dell’apertura, della non chiusura, del non completo, del mai completo, del sempre diverso, del mai uguale a se stesso, possa essere una buona prospettiva. Come implementarla è un’altra storia.”
Già, come implementarla, di questo bisognerebbe parlare, su questo dovremmo confrontarci, altro che pippe dritte o mancine.
Sono consapevole del fatto che il processo evolutivo sarà lento (e non potrei non esserlo visto che lo vivo sulla mia pelle), ma inesorabile. Un commento al post di Marconato centra il problema: “è necessario che ci siano autori capaci di elaborare materiali digitali aperti, de-strutturati, e soprattutto lettori in grado di interpretare e a loro volta ri-strutturare, comporre e decomporre l’oggetto digitale.
Sarà una strada lunga e l’ebook, così com’è ora, è sicuramente un passaggio necessario, fisiologico.
Ma niente più che quell’anello evolutivo che segnerà il passaggio tra oggetto e strumento.
Non me ne vogliano la destra, la sinistra, e i mutanti (dio che noiosi).

Apr
25

naif_laptop
I digital native esistono o non esistono?

Dice la sua Marco Guastavigna, proponendo una sua categoria, i digital naïf.

[...]Chi è quindi il digital naïf? È colui o colei che utilizza in maniera ingenua le tecnologie della società della conoscenza, credendo – quasi sempre in totale buona fede – di impiegarle in modo produttivo ed efficace.

A differenza del mitico digital native, il nostro soggetto è trasversale alle generazioni. [...]

Da leggere tutto assolutamente.
E quello che mi diverte è che regge anche il parallelo che avevo fatto al docebo-tech (riproposto qui) con i testi scolastici digitali.
Io li avevo definiti primitivi, anche i nostri che sono curatissimi (ecchepperò si stanno evolvendo rapidamente)… ma dando una desolata occhiata in giro la definizione naïf è davvero la più calzante.

Apr
16

fermaglio

Avevo in animo di scrivere una traccia del mio intervento di ieri, pensando di riassumerlo.
Ma, vuoi perché per motivi di tempi ho dovuto – come il bravissimo prof. Guastavigna1 prima di me – accorciare di parecchio il discorso previsto e quindi “andare a braccio”, vuoi perché Agostino Quadrino di Garamond, presente in sala, ha fatto una precisazione che mi ha fatto pensare di non essere stata molto chiara su un punto che ritengo estremamente importante, invece di fare un post riassuntivo ne farò uno di approfondimento, segnando in italic le cose che avete già sentito ieri. Con tutti i link, come previsto. Spero di non annoiarvi :)

Ho iniziato l’intervento partendo da una discussione in rete, una delle tante, interessantissime, che ho seguito in questi giorni.
Una discussione nata nel blog di Antonio Fini, docente di informatica, con il titolo “il mito dei nativi digitali” per essere ripresa su FB dall’attento Gianni Marconato e riapprodare sui blog, su “Apprendere” per primo, sempre di Marconato (qui e qui), e poi altri, ad esempio su “tecnologie per crescere” del disincantato (e bravissimo) Mario Agati (a puntate: qui, qui, qui e qui).
La tesi proposta da Antonio Fini, sostenuta da autorevoli pubblicazioni straniere, è che i nativi digitali, citati anche dalla circolare sulle adozioni, non esistono, sono un bluff.
I tre punti su cui fonda la tesi sono incontestabili:
1) diamo per scontato che i ragazzi vivano immersi nella tecnologia ma il suo uso reale è molto tradizionale (scrittura, email, navigazione)
2) produzione di contenuti è un fenomeno limitato
3) le differenze di skills all’interno della generazione sono le stesse esistenti tra generazioni.
Ma a parte queste considerazioni, che hanno generato riflessioni e pareri diversi, quello ha richiamato l’attenzione degli insegnanti che hanno partecipato, ripreso e rilanciato la discussione è il concetto di moral panic che la definizione di “nativi digitali” genera nel sistema educativo.
Si discute del rischio che “il sistema educativo potrebbe essere tentato di abdicare al proprio ruolo rispetto al tema delle tecnologie, sia perché si ritiene inadeguato sia perché pensa che comunque i nativi siano… nativamente competenti in virtù della loro appartenza generazionale!”.
L’articolo di Fini è, in definitiva, una provocazione, e chiude con una frase ad effetto:
“Non lasciamoci allora intimorire o confondere dai nativi digitali: in realtà…non esistono!!”

Mi è parso quindi interessante usare questa discussione come incipit e tracciare un parallelo dicendo:
Bene, vi rassicurerò, di nuovo, non lasciatevi intimorire o confondere dai libri digitali: in realtà… non esistono. Non ancora.
Se prendiamo, infatti, per buono il fatto che i nativi digitali non esistono perché le loro (presunte o reali) competenze sono di natura tecnica e non culturale, allora anche gli ebook non esistono. Infatti le poche cose che vi si propone ora sono infatti di natura tecnica e non culturale.
2

Questa frase è stata evidentemente fraintesa, e ha offeso il collega e i suoi autori. L’ho approfondita, ma evidentemente avrei dovuto farlo meglio.
Lo faccio qui riprendendo alcune cose che ho detto, sempre in italic, e allargando il discorso.

Tutto quello che viene presentato oggi come testo digitale, anche dalla BBN che rappresento, è qualcosa di estremamente primitivo rispetto a quello che potremo avere in mano tra qualche anno. Posso affermare, pronta a qualsiasi confronto, che quello che abbiamo in catalogo noi è, a livello di evoluzione e qualità di contenuti, quello che di meglio offre l’editoria scolastica digitale oggi, ma anche le nostre pubblicazioni sono ora delle sperimentazioni. Poche cose, e buone proprio perché son poche, fatte con fatica e con amore, con la passione per la ricerca e con l’indiscutibile vantaggio di non dover render conto a degli azionisti del nostro fatturato.

Ma io, che sono la prima ad aver pubblicato un catalogo digitale per le scuole (Il nostro primo catalogo di testi pronti e pubblicati sul sito è uscito nell’aprile del 2007) non so dirvi come sarà un testo digitale fra qualche anno.
Posso immaginarlo, e in BBN siamo, a livello di progetto e di evoluzione tecnica, ben oltre a quello che vi proponiamo già pubblicato, ma quello che bisogna fare oggi è sperimentare. I vantaggi che può offrire un testo digitale VERO vanno ben oltre le questioni di peso e di costo sulle quali si arenano i media.
Se un testo digitale, infatti, si limita a essere il classico testo distillato in un pdf (intendo il file di stampa, compresso con il distiller di acrobat per ottenere un pdf ragionevolmente leggero) abbiamo un testo che risolve dei problemi (peso e costo) per crearne degli altri (stampa casalinga e gestione dei fogli in classe), ma che, soprattutto, abdica a se stesso. Un testo digitale deve essere progettato come tale, la sua struttura diversamente articolata e, soprattutto, deve essere liquido.

Facciamo un piccolo salto e parliamo dei DRM. [trovate due post sul falso problema della pirateria qui e qui]
Sono dei lucchetti antipirateria, antipatiche e retrive restrizioni che limitano la diffusione e l’utilizzo illegale dei contenuti con diritto d’autore. Chi pensa al testo digitale come oggetto, e quindi come ad un file fatto e finito di un libro che, stampandolo, sarebbe niente più che un libro tradizionale (e quindi di venderlo come fosse un oggetto) pensa anche alla possibilità di lucchettare i file. Noi non l’abbiamo mai pensato: i file sono “mai finiti”, sono come un software, in continuo aggiornamento, e quindi non li vendiamo, e non abbiamo bisogno di mettere loro protezioni: li diamo in licenza d’uso alle scuole, agli insegnanti, i quali poi possono duplicare, stampare, fotocopiare ecc…
E, cosa più importante, possono intervenire. E qui torno al testo liquido.

Fino a oggi gli insegnanti si sono visti recapitare da volteggianti rappresentanti delle case editrici cataloghi e copie saggio. Tra queste offerte hanno dovuto (e devono ancora) scegliere il migliore o, a volte, il meno peggio.
Qualche coraggioso riesce a fare un’adozione alternativa, altri adottano testi che poi non usano proponendo in classe materiali autoprodotti, spesso di ottima qualità.

Ora c’è chi propone agli insegnanti corsi per spiegare in 150 ore com’è fatto e come si dovrebbe usare un testo che ad oggi null’altro è che il pdf di un testo tradizionale (chi ha insegnato e chi insegna sa quale bene prezioso siano 150 ore: pochi insegnanti dispongono di tante ore per svolgere il programma nell’intero anno scolastico). Di questo ieri non ho parlato, ma è importante ammettere che io non sarei in grado di parlarvi per 60 ore (sessanta!) di “strategie di integrazione e dell’innovazione didattico-metodologica di un ebook”. Invidio chi è in grado di farlo (verrebbe a me il “moral panic”!), ma starei 60 ore, e ancora 60, ad ascoltare voi.
Rilancio quindi l’appello: lavoriamo insieme, sperimentiamo e scopriamo insieme come sarà il VERO testo digitale.
E ripropongo (anche per chi mi legge e ieri non c’era) lo spiegone sul perché, anche se il testo nasce nella scuola, anche se esiste wikipedia (lunga vita a lei), la figura dell’editore rimane necessaria.

La figura dell’editore si deve evolvere, come i libri3.
Notate che parlo sempre di evoluzione, e non di innovazione.
L’editore ha dei compiti ai quali non deve abdicare: il primo, in assoluto quello più importante e anche il più impegnativo, è quello di garantire l’autorevolezza di un testo.
È un compito complesso che coinvolge, ovviamente, molte persone e sempre diverse. E su tante altre persone si spalma il resto del lavoro editoriale: dalla redazione alla correzione di bozze, dalla ricerca iconografica alla realizzazione dei disegni, dal progetto grafico all’impaginazione di tutto il testo. Parlando di testi digitali le cose non cambiano o, meglio, ci sono alcuni cambiamenti tecnici, o di flusso di lavoro, ma i compiti restano gli stessi.
4 Se ne aggiunge addirittura qualcuno perché, appunto, i testi digitali non devono essere semplici pagine tradizionali zippate, ad esempio devono (per legge!!!) essere accessibili.
Ieri ho spiegato, grosso modo, quali sono le caratteristiche di un testo accessibile.
Qui e qui potete approfondire. Anche perché non è una questione da poco, è importante, oltre che obbligatoria. Qui invece trovate un mio post su come NON deve essere il libro digitale (non so come saranno, ma come non devono essere mi è molto chiaro ;) )
Sulla questione dei testi digitali in divenire, un commento su FB di Francesco Leonetti [diatriba e-book VS libro] centra il problema: se gli ebook fossero fatti bene non richiamerebbero l’idea del libro e, soprattutto, non lo farebbero rimpiangere. Un collega ha definito il nostro testo di storia un manuale a geometria variabile. È una questione di struttura del testo, che è stata concepita diversa a monte5, è nato per essere digitale per cui si può dire che già non è un banale testo in pdf, ma tante altre saranno le caratteristiche che faranno di un testo digitale qualcosa di estremamente diverso da un libro, così come lo conosciamo. Ci dobbiamo lavorare, ci stiamo lavorando, non abbiamo un vecchio catalogo da spremere in zip per farlo rendere ancora qualche anno… stiamo lavorando sul pulito, sul nuovo. È divertente anche :)

Fermi quindi i principali compiti dell’editore, bisogna creare un laboratorio aperto per poter far sì che la lavorazione del testo non finisca con un visto si stampi (stampa su file pdf), bisogna creare una classe virtuale, ma mi piace di più l’idea di un salotto6, dove il testo ha una sua vita e può ricevere gli amici: autori, insegnanti, coautori, collaboratori e, perché no, pure allievi7 che apportano al testo nuovi interventi, nuovi contenuti, anche solo suggerimenti di navigazione.
Quindi torno un attimo, a scanso di equivoci, a precisare la questione dei testi digitali che non esistono ma esistono.
Sia noi (BBN) sia Garamond (anzi, loro ne hanno pubblicati addirittura 42!) abbiamo pubblicato degli ebook per la scuola.
Ma non sono a mio parere, i nostri come quelli di Garamond, i testi digitali che dobbiamo pensare per il futuro: proviamoli, usiamoli come punto di partenza.
La prima differenza tra quelli che io chiamo “falsi testi digitali” (il testo tradizionale in pdf) e i “veri testi digitali (nati per essere tali e per questo preferisco chiamarli “testi digitali” e non ebook – bisognerebbe inventarsi un nome oltre che inventarsi il resto) si può pensare sia la scrittura, che da lineare si fa radiale, ma è il flusso di ritorno a fare la vera differenza. In questo senso, i testi digitali non esistono ancora. In questo senso il parallelo con “nativi digitali” che pure esistono ma non esistono ancora. E sì che ero convinta di essere stata chiara, mi scuso con la docente/autrice che si è risentita delle mie affermazioni :)
Torno a dire quindi (scusate se sono ripetitiva, ma adesso ho il moral panic del fraintendimento) che un testo “online” deve essere permeabile alla rete, deve poter essere discusso, implementato, modificato, mai finito.
Come ho detto ieri dovrebbe essere concepito dalla scuola, svilupparsi nell’utero virtuale della rete, essere partorito dall’editore, crescere educato da tutti.
Incominciamo da questa discussione, non finiamola qui, ditemi voi cosa ne pensate.

Note
1 Qui un articolo di Marco Guastavigna e Marina Boscaino sugli ebook
2 Qui un altro interessantissimo articolo di Marco Guastavigna e Marina Boscaino
3 Qui Il Manifesto dell’Editore del XXI secolo
4 Vedi nota 1, nell’articolo è pubblicato un video molto ben fatto della casa editrice Sant’Anna
5 Scarica il piano dell’opera
6 Il primo salotto: il blog del testo di storia, Civiltà in rete
7 Ma i ragazzi non dicono nulla? Questi “nativi digitali”, non sarebbero da coinvolgere, almeno i più grandicelli, almeno un pochino?

Altri link, cose nostre e altre no, random:
Sulla circolare: qui e qui
Cosa fanno i grandi editori: qui e qui
Il pensiero di Mario Guaraldi: qui
Tutto sugli e-reader: qui e qui
Un’intervista al nostro responsabile editoriale: qui
BBN manifesto: qui
Le nostre posizioni politiche: qui.

Penso che possano bastare eh!
Vi invito quindi a discuterne qui sul blog, possiamo usare i commenti.
Ma potete anche lanciare un nuovo argomento postando sul nostro forum qui: www.bibienne.it/bbs

Ultima cosa, ma importantissima!
Il link alla pagina dello SchoolBookcamp: http://barcamp.org/SchoolBookcamp

Ringrazio:
Daniele Barca per lo spazio che mi ha dedicato, Mario Guaraldi per la stima che mi concede, Amalibri perché è venuta da Forlì apposta per incontrarmi, e ha realizzato con le sue mani quel fermaglio per capelli che vedete in fotografia (e che ieri ho subito indossato) che rappresenta molti pezzi della mia vita tutti straordinariamente indovinati (compreso il mucchio di panni da stirare :D ), ed è una piccola magia perché… non ci conoscevamo.

Ringrazio anche mio marito, che mi ha accompagnata :)

Apr
01

peach

Una nuova primavera per l’editoria, che però parte da presupposti sbagliati.

Ricevo un comunicato che annuncia un convegno, uno dei tanti organizzati in questi ultimi mesi in seguito alle nuove norme e alla circolare ministeriale sull’adozione dei libri di testo.
Sarebbero utili questi convegni se si affrontasse l’argomento in modo progettuale: visto che questi libri di testo digitale nessuno li ha ancora visti, visto che quello che offre ora il mercato è qualcosa di sperimentale e (dico io) primitivo, perché non parlare di cosa e di come può essere, nel prossimo vicinissimo futuro, un testo digitale?
No. I convegni dei quali ho notizia sono un parlarsi addosso di grandi nomi che sventolano posizioni quantomeno sospette (oppure sono delle specie di televendite, ma almeno lì si vede qualcosa di concreto).
Ricevo, dicevo, questo comunicato che copioincollo con qualche commento.

CONVEGNO A BRERA: A SCUOLA SENZA LIBRI?
Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, 8 maggio 2009

A scuola senza libri?
ommimmì, doveandremoafinire, ma la casalinga di Voghera esiste ancora?
Ma chi ha mai detto che si andrà a scuola senza libri? Ma quando mai.

Il Master in Editoria dell’Università Cattolica di Milano organizza il convegno A scuola senza libri? Emergenza educativa, editoria scolastica e internet.

Emergenza educativa? °_°

Venerdì 8 maggio dalle 9.30, presso la Biblioteca Nazionale Braidense (sala Maria Teresa), si discuterà sul futuro della scuola e del libro scolastico.
Ne parleranno con Edoardo Barbieri, direttore del Master, il direttore dell’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica Giovanni Biondi, il vicepresidente dell’Associazione Italiana Editori Enrico Greco, Simonetta Polenghi, straordinario di Storia dell’educazione alla Cattolica, Valentina Grohovaz, dirigente scolastico, Gian Carlo Quadri (Editrice La Scuola), Franco Menin (Principato), Emilio Zanette (Pearson Paravia Bruno Mondadori).

Ma SE esiste un’emergenza educativa non è meglio parlare delle continue e scellerate riforme della scuola? e invece di sproloquiare su internet pensare all’influsso nefasto della TV?
Qual è la VERA emergenza per i ferengi dell’editoria scolastica alle prese con internet?
E perché cercano di farla passare per emergenza educativa? eh?

Una serie di recenti interventi legislativi ha stabilito il blocco delle adozioni dei testi scolastici e la progressiva scomparsa dei libri cartacei in favore delle versioni scaricabili dalla rete.
In apparenza un risparmio immediato per le famiglie, che però non fa i conti con l’insorgenza di costi latenti (effettiva disponibilità di un computer, collegamento al web, costi di stampa).

“il blocco delle adozioni dei testi scolastici”, detta così pare che nessuno adotti più nulla (nulla di più falso). Su questo punto e sui presunti costi latenti si è già discusso assai, in rete, e non credo ci sia ancora da dire.

L’unico frutto, al momento, sembra quello di aver gettato nel caos gli editori di scolastica, con l’immediato annullamento di nuovi progetti e lo stop delle assunzioni.

Ma pensa te, c’è un mondo intero da inventare e questi che fanno? vanno nel caos, annullano i progetti, non assumono nessuno, incrociano le braccia insomma (io non ci credo neanche se li vedo).

Nel frattempo, la circolare ministeriale del 10 febbraio 2009 ha però riaffermato la «continuità con la tradizione italiana di una editoria scolastica di indubbio livello» e il valore dei libri di testo come «dotazione personale la cui utilità può prolungarsi al di là della vita scolastica».

E mi pare cosa buona e giusta, l’editoria italiana deve continuare a produrre, e i libri di testo sono sicuramente destinati a non morire. Ma a cambiare sì, quindi chi pensa che questa affermazione della circolare sia in contraddizione con il resto del testo non ha (finge di non aver) capito niente.

Da che parte stiamo andando? A scuola si imparerà solo quello che passa Google? Stiamo assistendo alla morte di una delle nostre migliori industrie culturali?

Possono morire quelle che non vogliono cambiare, quelle che producono contenuti di scarsa qualità (altrimenti meglio davvero quello che passa Google, lunga vita a lui), quelle che annullano i progetti e bloccano le assunzioni.
Quelle che invece di investire in nuovi contenuti, nuove tecnologie e in sperimentazione pensano di spremere il vecchio catalogo in uno zip.
Ma più probabilmente non morirà nessuno.
Se però nel frattempo l’approccio fosse più onesto sarebbe meglio.

  noa

Noa Carpignano è l'editore che ha creato BBN: la prima casa editrice italiana che pubblica testi scolastici digitali. Ne è amministratore e art director, lavora in un nido d'aquila in riva al mare appesa a un paio di Mac. Per saperne di più puoi leggere una sua intervista QUI o vedere il suo profilo su LinkedIn.