Oct
27

dati, causa e pretesto, le attuali conclusioni (e poi non chiedetemi perché a volte sembro avvelenata).

[...]Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Piero Calamandrei
III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma – 11 febbraio 1950

Oct
08

Il commento di un consulente informatico al mio post precedente mi fa pensare che sia bene chiarire – speriamo una volta per tutte – la questione della pirateria e delle licenze.
Non starò a questionare sul significato del termine “pirati”, e tantomeno su quello di “hacker”, termini utilizzati spesso a sproposito, magari tornerò sull’argomento. Mi limito a specificare che in questo contesto si intendono le persone che scaricano illegalmente materiale coperto da diritto d’autore.
Siamo in un paese dove l’incidenza delle copie pirata e’ altissimo, soprattutto tra i ragazzi.
Circa 10 anni fa’ avevo fatto un software per la gestione dei negozi di dischi.
Con la pirateria, quello spicciola intendo tipo emule e vari, hanno chiuso tutti, uno dopo l’altro.
” Commenta infatti prossio.

Ho già avuto modo di scrivere nel post dedicato ai DRM che la faccenda delle protezioni, in ambito di editoria scolastica, mi sembra una questione di lana caprina, oziosa quando non faziosa.
E in una risposta su un altro blog, mi è capitato di scrivere che se scoprissimo che i nostri testi sono stati e-mulati, noi ne saremmo o-norati.

Ho sempre pensato che il motivo per il quale non ci poniamo il problema delle copie pirata fosse chiaro. Ma, a quanto pare, non lo è…

Incominciamo a dire che le adozioni sono pubbliche: in primavera gli insegnanti scelgono i libri di testo che i ragazzi (le famiglie) dovranno acquistare a settembre. Gli elenchi dei testi adottati in ogni scuola di ogni ordine e grado sono pubblici.
Supponiamo quindi che una scuola di Milano adotti il nostro testo di storia.
La scuola ci chiede la licenza (presidi corsari non ne conosco) e distribuisce i file ai ragazzi. Si tratta di file NON protetti: la nostra licenza ne permette la copia, la stampa e la fotocopia (più altrettanto materiale Creative Commons).
Ora ipotizziamo che uno dei ragazzi del liceo milanese, chiamiamolo Barbanera, e-mulizzi i file, e che un altro ragazzo, che chiameremo Barbagianni, li scarichi.

Caso 1: Barbagianni vive a Milano e frequenta lo stesso liceo di Barbanera.
Caso 2: Barbagianni vive a Bari, o a Venezia, o a Catania e frequenta un liceo che ha adottato lo stesso testo.
Caso 3: Barbagianni vive a… e frequenta un liceo che NON ha adottato questo testo.

E allora?
Caso 1: non ci interessa: se i ragazzi sono compagni di scuola, questa ha già acquistato la licenza per tutti. Che differenza fa quindi se Barbagianni utilizza il file che gli ha passato l’insegnante con la chiavetta usb, o quello identico che ha pescato in un torrente?
Caso 2: Il liceo di Bari, Venezia o Catania che sia, se ha adottato il testo ha anche acquistato la licenza, quindi vedi risposta al caso 1.
Caso 3: Barbagianni studia storia su un altro testo e i motivi per i quali ha scaricato i file possono essere due: o l’ha fatto per errore, quindi li butterà via o finiranno dimenticati in qualche sottocartella, oppure li ha scaricati per leggerli, consultarli, usarli per integrare il testo sul quale studia. Bene, questa è l’unica ipotesi dove potrebbe, secondo i criteri usuali, configurarsi la pirateria. Ma per quanto ci riguarda un ragazzo che sceglie di farsi il download di un libro scolastico, invece che di un gioco, è così raro che il testo gratis se lo merita. E se ce li richiede, al Barbagianni bucaniere, diamo pure gli altri.

E trovatelo un altro editore così.
N04

Oct
05

È assai interessante l’idea lanciata da Garamond per la costituzione di un marketplace di contenuti didattici digitali in adozione nella scuola italiana.

Con un chiaro riferimento all’art. 15 della finanziaria sui libri scolastici digitali, l’idea consiste nell’introdurre l’adozione di contenuti digitali come “libri di testo”, sotto forma di e-book, podcast, learning object, giochi interattivi, video… e delinea un modello economico che consentirebbe ai contenuti didattici di essere gratuiti per insegnanti e studenti e, nel contempo, salvaguardare il diritto alla giusta remunerazione del lavoro di autori ed editori.

La proposta in linea di massima mi piace e ne condivido lo spirito e le finalità, ma.

Il modello economico è descritto in 5 punti che riassumo:

Punto 1) Autori ed Editori pubblicano sul marketplace indicando il costo unitario di licenza d’uso.
Punto 2) Gli insegnanti valutano i materiali e adottano, indicando il numero di licenze per classe
Punto 3) Autori ed Editori fatturano quanto adottato in base al report generato dal gestionale del market.

Fin qui tutto perfetto. Ed è quello che noi abbiamo impostato da due anni (i nostri testi sono già, infatti, rilasciati in licenza d’uso alle scuole).

Punto 4) L’Amministrazione (il Ministero?) reperisce i fondi per pagare Autori e Editori creando un’imposta di scopo a carico di aziende attive nel settore IT (produttori di computer, cellulari, connessioni di rete ecc.)
Punto 5) I fondi vengono utilizzati per l’acquisto dei contenuti didattici digitali e per la formazione del personale docente

Qui invece ho delle obiezioni.
I nostri testi costano mediamente la metà di un testo tradizionale (e di più, mantendento alta la qualità, non è possibile fare), nonostante questo sarei felice anch’io se il costo dei libri di testo non ricadesse sulle famiglie.
Infatti la BBN applica uno sconto speciale alle scuole che utilizzano il budget d’istituto per pagare le licenze senza poi rivalersi sugli allievi e che distribuiscono, quindi, i testi gratuitamente.

Ma non vedo nei punti 4 e 5 la giusta soluzione.
L’imposta di scopo non credo possa essere ammessa, visto che – per la nostra dottrina – l’imposta deve avere carattere di generalità e indeterminatezza, questo perché lo Stato possa spendere il denaro in modo indipendente.
Il fatto che siano state recentemente introdotte delle “imposte di scopo” (anche se altri tributi non chiamati così potevano considerarsi tali, ad esempio la tassa regionale per il diritto allo studio) ha sollevato non poche polemiche alla camera proprio per la natura anticostituzionale delle stesse, e in nome di un federalismo tampone sono state deliberate.
Resta comunque il fatto che devono colpire unicamente i contribuenti che potenzialmente si avvalgono del servizio (e non è il nostro caso) e devono avere carattere di provvisorietà e non ripetibilità (e non è il nostro caso).
Proporre quindi un’imposta di scopo per spalmare il costo degli studi su aziende che (solo potenzialmente) trarranno beneficio dalla diffusione dei pc, mi sembra strada assai difficile da intraprendere e, a mio parere, e ferma la condivisione della finalità, niente affatto corretta.
Oltre ad avvallare l’anticostituzionalità del tributo, il rischio è quello di fornire al governo una scorciatoia istituzionale per trovare risorse che non ha voglia di investire.

Bene quindi il marketplace, benissimo le licenze d’uso.
Ma non aspettiamoci miracoli governativi.
Tiriamoci su le maniche, e puntiamo sulla qualità.
Noi dobbiamo fare il nostro lavoro, e distribuire contenuti ineccepibili con le possibilità che abbiamo, ed è quello che noi di BBN stiamo già facendo, senza stare ad aspettare che altri costruiscano market finanziati.
Il risparmio per le famiglie già così è assicurato e, con il tempo e la sensibilizzazione, può darsi che i soldi saltino fuori senza stare a strapazzare aziende di altri settori con tasse inique.

Potete leggere la proposta Garamond per intero QUI e intervenire nella discussione sul loro blog QUI.

  noa

Noa Carpignano è l'editore che ha creato BBN: la prima casa editrice italiana che pubblica testi scolastici digitali. Ne è amministratore e art director, lavora in un nido d'aquila in riva al mare appesa a un paio di Mac. Per saperne di più puoi leggere una sua intervista QUI o vedere il suo profilo su LinkedIn.