Jul
17

Il Manifesto dell’Editore del XXI secolo
Ovvero di come gli editori tradizionali possono riposizionarsi nel flusso cangiante dei media ai tempi della rete.

Lo abbiamo segnalato qui.

Un primo commento (a parte il fatto che, se lo avessi letto prima, mi sarei risparmiata il post sull’editoria e i DRM… avrei semplicemente fatto un paio di copiaincolla et voilà :D)
Ma vediamo il resto (che potete leggere scaricando il file qui):

[…] L’economia dell’attenzione si va restringendo, e velocemente. La ricerca accademica è – per molti studenti – nient’altro che search. Ammettiamolo: per la maggior parte degli studenti c’è già Google, che bisogno c’è dei libri? Ancora più direttamente: che bisogno c’è degli editori?
In un mondo “sempre online” in cui tutto è sempre più digitale, in cui ogni contenuto è sempre più frammentato e offerto a piccoli morsi, in cui i “prosumers” combinano in sé i ruoli tradizionalmente separati di produttore e consumatore, in cui il search prende il posto della biblioteca e in cui i mash-ups multimediali – e non i testi – attraggono inatividigitali, che stanno velocemente diventando il mercato di massa di domani, che ruolo possono ancora giocare gli editori, e come dovrebbero evolvere per mantenerne uno nella cultura dello scrivere e del leggere del futuro?

E ancora:

[…] Gli editori sono chiamati a ridefinire in fretta in che cosa risieda la quintessenza dell’essere editore, in che cosa consista il valore specifico che l’editore aggiunge, aldilà delle tecnicalità volte a favorire l’incontro dei contenuti con i lettori. Se ci costringiamo a pensare in questo modo, scopriamo che molto di ciò che gli editori hanno da offrire, aldilà delle tecnicalità, riguarda la qualità piuttosto che la quantità: il prendersi cura, la consulenza, una sorta di imprimatur.

Fino a pochi decenni fa, per il disegno tecnico-architettonico, si usavano i tecnigrafi.
Nel giro di neanche un lustro sono scomparsi dalla circolazione, sostituiti egregiamente dai software cad.
Io non ho letto neppure un articolo sui poveri produttori-distributori-rivenditori di tecnigrafi ridotti alla bancarotta. Immagino che si siano evoluti o, alla peggio, riciclati, e nessuno ne sente ora la mancanza.

Antonio Tombolini dedica la traduzione del Manifesto di Sara Lloyd “Agli editori italiani che tra cinque anni ci saranno ancora”.
Apocalittico? niente affatto.
E di quelli che non ci saranno più nessuno sentirà la mancanza.
Di fatto l’editore non conta molto neppure ora: il contenuto è quello che si cerca, si trova/compra, si legge/usa. Se il manuale di giardinaggio ci piace, ci pare completo, ha tante belle illustrazioni e, last but not least, non costa un occhio dalla testa, poco importa chi è l’editore. Se esce il nuovo libro di Benni, fa niente se lo pubblica Feltrinelli o Leditoresconosciutodellisolachenonc’è. Se il manuale di matematica è chiaro, adeguato alle classi che lo devono affrontare, allineato al mio modo di far didattica, lo adotto. Che sia di o di.
Certo, ci sono dei casi in cui l’editore è una garanzia: un manuale informatico di O’Reilly immaginiamo sia un buon manuale.
Ed è da questi pochi casi che dobbiamo partire per ri-definire il ruolo dell’editore: come dice la Lloyd “il prendersi cura, la consulenza, una sorta di imprimatur”.
E se parliamo di scolastica è facile intuire che da questo punto di vista il ruolo dell’editore possa ridiventare importante, a patto che riesca a gestire il cambiamento in tutte le fasi della produzione/distribuzione del testo, che sia disposto a farsi contaminare e che sia in grado di rendere permeabili i contenuti senza svilirli. E sarebbe riduttivo considerarlo solo un processo tecnologico, perché ogni persona che lavora per l’editore in fase di cambiamento, quasiasi ruolo abbia e a qualsiasi livello, deve imparare a pensare in un’altra lingua. Come dire che si fa prima a tirarla giù e a ricostruirla, quella casa.

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4 Responses to Sul “Manifesto” di Sara Lloyd

  1. livio says:

    Come darti torto… ampliate il discorso al Design for all e avete trovato un fan.

  2. noa says:

    Eh eh eh!
    Sì, il discorso è ampliabile, anche se per me personalmente il design è IL punto di partenza (e in qualche modo anche per BBN).

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