Mar
06

È un po’ di tempo che non scrivo e, una manciata di persone se ne è accorta, mi affaccio poco anche sui social. Sono a Napoli, da qualche mese ormai, per una grave situazione famigliare. Lavoro cercando faticosamente di mantenermi concentrata e privilegiando quei compiti che non creano danni al flusso di lavoro collettivo se sparisco per qualche giorno. Evito, se possibile, di prendere impegni che rischio di non poter mantenere e mi tengo in contatto con il mondo attraverso poche e selezionate persone.

Tuttavia questa disgraziata situazione mi ha offerto l’occasione per tornare a disegnare. In effetti in BBN siamo sempre stati un po’ a corto di illustratori e mi è già capitato di dover tirar fuori qualche coniglio dal cappello ma, avendo perso un po’ la mano, ho sempre preferito dedicarmi alla progettazione grafica e delegare il più possibile l’illustrazione.

Ora però succede che, oltre al fatto di dover essere costantemente a disposizione per emergenze mediche, faccio fatica a concentrarmi. I primi due mesi era peggio, poi ho iniziato a sistemarmi logisticamente e, all’interno di riti quotidiani imprescindibili, ho scolpito dei ritmi lavorativi che cerco di mantenere. Oltre alle preoccupazioni, contribuisce alla mia poca capacità di concentrazione anche la presenza costante di una vita famigliare che si agita intorno a me: la nonna con legittimo deficit uditivo che guarda la televisione a tutto volume, il nonno ancor più sordo che parla (e gli si risponde) ad alta voce, il telefono che squilla e i parenti in visita che generano conversazioni sempre a voce sostenuta. Pur essendo ospiti abbiamo una camera da letto tutta per noi, ma la scrivania ho dovuto sistemarla in un salone che, anche se grande, è un open space dove si svolge la vita di tutta la famiglia.

Questo comporta che io abbia le cuffie ormai incollate alle orecchie e una variegatissima playlist su spotify che lancio a tutto volume per isolarmi.Taccio sul malessere che comporta una lunga convivenza forzata, per non parlare di quello generato dai motivi stessi di questa trasferta, gravissimi, per tornare alle illustrazioni.

Capirete anche voi che con i Soft Cell a palla è più facile disegnare che occuparsi d’altro (ma anche con Judy Garland non si scherza). Ed è così che passo più ore possibile abbracciata alla mia Cintiq, in posizioni plastiche che fanno danno alla schiena ma riparano la mente.
Per chi non lo sapesse la Cintiq è questa cosa meravigliosa QUI.

La mia è una 27” installata come secondo monitor di Apache (l’imac, pure 27”) per un totale di un metro e mezzo di display che la mia apertura alare non consentirebbe di gestire senza una poltroncina con robuste rotelle sotto al sedere. Si chiama Wakan Manitou.

Prima o poi tornerò a fare vita sociale, mi rivedrete ai convegni e in giro per il mondo, tornerò anche a scrivere. Ora devo dosare morfina e gestire accessi venosi centrali. Ma voi immaginatemi qui, a quattrocento metri dal pino di Posillipo, che mi ciondolo al ritmo di The Passenger (versione Iggy Pop, in questo momento in cuffia) e mi destreggio con una wacom pen.

Chiudo i commenti e vi lascio in cambio un’anteprima delle illustrazioni per le favole di Esopo e Fedro (prossima pubblicazione su DidaSfera, la troverete in secondaria di secondo grado, latino e greco).

volpe_cicogna-600Vulpes et ciconia

ulivo_canne–600

Κάλαμος καὶ ἐλαία

volpe_aquila-600

Vulpes et aquila

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Jun
14

risorse_digitali

Durante una recente riunione fiume tra addetti ai lavori è emersa la difficoltà di far percepire la complessità, la completezza e la ricchezza dei (nostri) testi digitali.

Immaginate, prendo un tomo in mano e ne percepisco subito il peso, poi lo sfoglio velocemente e a colpo d’occhio valuto il numero di pagine che, insieme al corpo dei caratteri, mi dà subito una misura dei contenuti testuali, guardo le immagini e in pochi secondi mi rendo conto di quanto è ricco l’apparato iconografico, mi soffermo su qualche pagina dando un’occhiata alla qualità dei disegni, delle didascalie, degli apparati didattici…, e poi mi fermo sull’indice ed entro nel merito, magari vado a leggermi qualche paragrafo su argomenti che ritengo particolarmente significativi.

Ma un testo digitale? Vedo una copertina, una breve presentazione (nel nostro caso un abstract e una presentazione più approfondita), entro nella struttura e trovo un indice. Noi lasciamo sempre qualche unità creative commons che, quindi, si può vedere anche senza abbonamento, ma non è assolutamente sufficiente. Certo, l’insegnante interessato ci può chiedere l’accredito gratuito (tipo copia saggio, per intenderci), ma anche così ci rendiamo conto che manca il “colpo d’occhio”, che sfogliando il testo online si perde la percezione del totale.

Per non parlare di tutti quegli strumenti, tipici del digitale, che proprio non si colgono se non si inizia a usare il testo: quanti vanno a leggersi la descrizione specifica o addirittura, per quanto breve, il manuale d’uso di DidaSfera? Quanti vedono subito la presenza di glossari, quaderni appunti, strumenti di creazione di percorsi, gruppi e condivisione?

Ma torniamo al testo e alla ricchezza dei contenuti e prendiamo ad esempio una risorsa come “Fare l’Italia, fare gli italiani“. Per risorsa intendo che non è un testo adozionale, anche perché non copre l’intero curricolo di storia di un intero anno scolastico (tratta il Risorgimento). Tuttavia è un testo impegnativo che, una volta completato, conterà circa 700 unità di lavoro suddivise in 11 moduli. Se fosse stampato sarebbe un testo con più di 800 pagine (e non avrebbe un sacco di roba che non si può stampare). Difficile immaginarlo guardando una copertina e leggendo una presentazione! Contiene oltre 1300 immagini, 45 carte storiche, più di 50 biografie, decine di percorsi e piste di lavoro, timeline animate e mappe concettuali, bibliositografie e più di 100 link.

Altro esempio, come facciamo a dire che il testo adozionale di storia per il biennio dei licei Civiltà in Rete ha (anche) un glossario storiografico di un centinaio di voci e 130 schede di approfondimento? E che Storia delle idee (filosofia per il triennio) ha non so più quanti video, animazioni e pure qualche giochino?

Non è facile ma… un’ideuzza mi è già venuta. Restate sintonizzati.

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Jun
10

Nel post precedente, parlando di OER, ho segnalato il testo di Marco Dominici “Il digitale e la scuola italiana“.

Ora Marco, in un post pubblicato QUI e ribloggato QUI, pone tre domande agli insegnanti.

Tre sono in sostanza le questioni di cui vorrei parlare con gli insegnanti

Non rispondo direttamente nei post sia perché sarebbe una risposta troppo lunga, sia perché non sono più un’insegnante e, inoltre, dalle questioni che pone sono coinvolta con altro ruolo.

– Il ruolo del manuale scolastico è ancora centrale? Cosa dovrebbe avere o non avere un manuale adeguato alle attuali esigenze? Quanta parte dovrebbe essere linearee quindi cartaceae quanta estesae quindi digitale? E su quali presupposti, con quali modalità?

Cosa si intende per centrale? nella peggiore delle ipotesi spero non lo sia mai stato, nella migliore suppongo che dipenda dalla disciplina (per le materie che insegnavo io neppure esiste il manuale) e dal tipo di lavoro che l’insegnante sceglie di fare. Sentiamo che ne pensano i docenti, ai quali la domanda è rivolta.

Io però ti chiedo, Marco, perché parti dal presupposto, a mio parere errato, che la parte lineare sia cartacea?
Mi contrapponi cartaceo a digitale, e ci sta, ma perché mi contrapponi lineare a “estesa”? E perché nella tua domanda “lineare” è una parte di manuale e non una modalità? E, ritorno, perché “lineare” è (quindi) cartaceo?
In un manuale io posso aver un corpo centrale, un canovaccio, al quale posso agganciare un secondo livello di lettura e/o degli approfondimenti, esercizi, apparati assortiti. Ma tutto questo posso farlo sia sulla carta, sia in digitale, anche se sicuramente la rete mi consente di fare questa seconda parte molto più “estesa” :) Quindi, se ho interpretato bene ed è questo che intendevi, perché la prima parte deve essere su carta e, soprattutto, “lineare”?  Se lavoro su carta sarà quasi totalmente lineare (ma non credere, anche no), e lo sarà anche la parte estesa. Se invece lavoro in rete lascio scegliere al docente, o al discente, come utilizzare i contenuti. La lettura lineare rimane possibile anche con il digitale – e spesso resta la prima modalità –, con il vantaggio di poter suggerire percorsi diversi, reticolari, e di incoraggiare la navigazione semantica. Ma, ripeto, lineare è solo una modalità, anche sulla carta!

– Quanto è realisticamente pensabile che gli insegnanti elaborino materiali didattici autonomamente? E anche in caso lo facciano, con quali le garanzie qualitative e soprattutto con quale ritorno in termini concreti di un lavoro che, se fatto bene, prende molto tempo e molte energie?

Su questo argomento mi sono espressa più volte. Per esempio in questo post, sulla validazione dei libri di testo, e in questo video su altri problemi legati all’autoproduzione.

(Le considerazioni sul convegno di Pisa sono QUI)

– Dove l’editore può intervenire non solo e non tanto per arginare una possibile emorragia in termini di eventuali mancate adozioni, ma anche per trasformare il suo ruolo da erogatore di prodotti in fornitore di servizi, mettendo quindi a disposizione la sua esperienza e le sue professionalità per coadiuvare gli insegnanti in questo compito?

Questa è la domanda, per un editore, più interessante.

Trasformare il ruolo, dici. Noi siamo già nati “diversamente editori” :P ma penso che la riflessione sul proprio ruolo debba essere costante, anche per quelli che sono nati digitali. Però, digitale o no, non vedo perché l’editore debba abbandonare il prodotto a favore del servizio e non pensare a una sinergia. È certo, comunque, che per un editore tradizionale anche solo affiancare i due ruoli (auspicabile sarebbe fonderli) comporta una trasformazione impegnativa.

Per quanto riguarda noi l’integrazione è totale: una delle nostre caratteristiche principali  è proprio la stretta correlazione che c’è tra il nostro lavoro, quello del docente – in classe e con noi – e il prodotto/servizio che viene creato. Un legame che inizia con la creazione condivisa di un progetto e prosegue fin oltre la sua realizzazione. Si generano in questo modo frutti originali e innovativi con caratteristiche che, oltre a riflettersi sul loro utilizzo, sono strettamente legate al tipo di distribuzione, al tipo di licenza e, di conseguenza,  alla nostra particolare gestione collettiva del diritto d’autore (tu chiedevi “con quale ritorno in termini concreti di un lavoro che, se fatto bene, prende molto tempo e molte energie?“).
Per saperne di più QUI e QUI.

Non è questo, in qualche modo, il tessuto connettivo che auspichi tu, Marco?

In pratica quello che noi da tempo proponiamo è un lavoro condiviso scuola/editore. E ho scritto “scuola” e non “docente” perché è prezioso il coinvolgimento nella sperimentazione – intesa anche come feedback continuo – della scuola tutta, non solo del docente-autore .

E ora concedete a me una domanda. A volte mi chiedo perché, ma davvero, vi prego, spiegatemelo, perché un docente dovrebbe decidere di realizzare in solitudine un libro di testo (per “realizzare” intendo non solo scrivere ma anche, semplificando, correggere, impaginare, illustrare…). Ditemi perché dovrebbe smazzarsi tutto questo da solo o, ben che vada, con un paio di colleghi, quando ha l’opportunità di confrontarsi e di avere a disposizione figure professionali che contribuiscono a valorizzare il suo lavoro, che lo impreziosiscono cercando le giuste immagini, creando appositamente disegni, filmati e contributi altri. E che lo sollevano da incombenze che gli tolgono energie da dedicare più proficuamente al lavoro autorale.
E, non ultimo, perché dovrebbe lavorare gratuitamente quando può rischiare pure un ritorno economico?
E non rispondete con il caso del docente che vuole distribuire gratis il suo testo, perché le licenze Creative Commons le usiamo anche noi. Since 2005.

 

 

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Mar
11

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Più di una persona, online o durante qualche convegno, ha citato DidaSfera tra le risorse OER.

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Mi ero riproposta di far chiarezza su questa cosa, e la lettura del recentissimo libro di Marco Dominici Il digitale e la scuola italiana me lo ha ricordato, infatti Marco scrive:

 

 

Perché una risorsa didattica possa considerarsi “aperta” deve avere 5 caratteristiche (in inglese le 5 “r”: retain, reuse, revise, remix, redistribute), ovvero permettere all’utente di:

• scaricare, archiviare e possedere il contenuto messo a disposizione;
• riutilizzare il materiale senza modificarlo;
• modificare il materiale, adattandolo alle proprie esigenze;
• combinarlo con altri contenuti per creare nuovo materiale didattico;
• condividerlo con altri utenti nella sua forma originaria o modificata, o combinata.

Un’occhiata superficiale può dunque far pensare che DidaSfera – che consente tutte queste cose – sia una OER. Ma se si analizza la questione attentamente è onesto dire che lo è solo parzialmente.

Per completezza da Wikipedia estraggo:

Per essere aperta una risorsa educativa deve:
• essere aperta dal punto di vista della licenza, dunque rilasciata con una licenza aperta (ma non necessariamente senza alcun copyright o diPubblico dominio), ovvero con una licenza Creative Commons o GNU Free Documentation License;
• essere aperta dal punto di vista “tecnico”: deve essere dunque possibile accedere al codice sorgente […]

Anche se sulla pagina inglese si specifica:

Although some people consider the use of an open file format to be an essential characteristic of OER, this is not a universally acknowledged requirement.

Premessi tutti questi requisiti che una risorsa deve soddisfare per essere considerata OER, ritorniamo a DidaSfera.

DidaSfera è sia ambiente per l’apprendimento, con tutta una serie di strumenti di lavoro e condivisione, sia contenuti didattici digitali – testi scolastici e risorse – fortemente integrati con l’ambiente stesso.

Per quanto riguarda l’ambiente non credo che ci possano essere dubbi: DidaSfera NON è considerabile OER. Non solo perché l’utilizzo della maggior parte dei suoi strumenti richiede l’iscrizione (non potrebbe essere diversamente, perché per salvare i dati deve riconoscere l’utente) e questa non è gratuita, ma anche perché il software della piattaforma è un software scritto appositamente per questa, e non è rilasciato con licenza GNU.

Per quanto riguarda i contenuti a mio parere è considerabile OER ma la questione è complessa perché i contenuti si dividono in due tipi in base alla licenza di rilascio.
Ci sono contenuti free rilasciati in Creative Commons, ai quali chiunque può accedere, anche senza iscrizione: questi sono senza dubbio OER.
E ci sono contenuti rilasciati con licenza Didasfera per accedere ai quali occorre acquistare la licenza d’utilizzo (un abbonamento annuale che consente l’accesso illimitato a tutti i contenuti di tutte le discipline). Tuttavia la licenza DidaSfera consente ai docenti di scaricare, copiare, tagliare e incollare, remixare, integrare i contenuti, e di diffondere il tutto nella classe/scuola registrata (cosa che con un testo tradizionale non si potrebbe comunque fare). Sono dunque rispettate tutte le cinque r citate da Dominici. Questi contenuti sono considerabili però OER solo all’interno di un determinato ambiente: la specifica scuola. Ed è quello che serve al docente.

Ha senso ragionare su delle limitazioni (territoriali, temporali) applicate alle OER? Non lo so. Però sono convinta che pensare alle risorse chiuse e a quelle aperte come a due soluzioni necessariamente contrapposte, significa costringere attori e fautori a prese di posizione partigiane e spesso faziose.
Quello che proponiamo noi, di fatto, è un modello misto, ed è una sperimentazione sostenuta da altre pratiche del tutto innovative come, ad esempio, la gestione collettiva del diritto d’autore che siamo i primi (e per ora gli unici) a sperimentare.

 

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Jan
24

trenoMa sì, ce la puoi fare, sei grande ormai e puoi tornare a casa da solo. Sono due treni e tre ore di viaggio. Ce la puoi fare, certo.
Il mattino vai a scuola un po’ carico, oltre allo zaino ti porti dietro la roba di danza e il trolley per tornare poi a casa, e fai così che uscito da scuola, mentre vai (direttamente) a danza, passi da un bancomat e ritiri i soldi che ti ho messo sulla postepay. Poi la sera chiedi di uscire da danza un paio d’ore prima, chiami un taxi e scaraventandoti direttamente in stazione fai un biglietto da Siena per Sarzana – non l’hai mai fatto ma è ora che impari.
Prendi il treno delle 18 da Siena, guarda bene a che binario parte, no, non c’è scritto per Sarzana, devi scendere a Empoli e prendere la coincidenza per Sarzana. Sono due regionali, ti scrivo il numero treno di entrambi. Quando arrivi a Empoli hai 7 minuti per andare all’altro binario e prendere il secondo treno. No, non so quale binario, lo devi vedere tu. Sì, speriamo che non tardi, ma se dovessi perdere la coincidenza non ti agitare, da Empoli ne parte uno dopo un’ora, adesso ti mando via whatsapp tutti i numeri e gli orari così li cerchi sui tabelloni luminosi. No Vittorio, tranquillo, il massimo che ti può capitare è perdere la coincidenza e grattarti le ginocchia per un’ora nella stazione di Empoli. No, non ci sono mai stata, ma non penso sia un granché. Ah bè, certo, potresti anche sbagliare treno… guarda bene il binario sul tabellone e non succederà. Sì Vittorio, non è un problema… se a in certo punto guardando fuori dal finestrino leggi “Pompei” vuol dire che qualcosa è andato storto, telefoni a zio Roberto che ti venga a prendere :P
Dai Vittorio, ci vediamo alla stazione di Sarzana alle 21. E con tutti i bagagli che hai cerca di non dimenticare qualcosa in giro.

Mamma, sono alla stazione di Siena, ho appena preso il biglietto ma hanno soppresso il treno, ho visto che il prossimo parte tra 40 minuti, quando arrivo a Empoli prendo la seconda coincidenza, come avessi perso la prima, quindi arrivo un’ora dopo.

Mamma sono a Empoli, hanno soppresso pure la coincidenza, ora vedo che cosa trovo.
Si mamma tranqui, guardo bene e poi ti dico.

Mamma ho trovato un treno per Pisa, così mi avvicino, da lì c’è una coincidenza per Spezia ma non c’è scritto da nessuna parte se ferma a Sarzana. Arriverò tardi. No mamma dai, non far così, fermerà di sicuro a Sarzana, eccheccazzz.

Mamma sono a Spezia.
Sì, sì ok, non mi muovo più da qui. Sì mamma, ti aspetto.

Come sarebbe dove sono? ah! no mamma no, non sono alla Spezia centrale, sono a Spezia Migliarina, sono sceso appena ho potuto, non sono arrivato fino alla centrale. È mezzanotte passata mamma.

 

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Oct
30

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Lunedì 3 novembre a Palazzo Reale – Sala conferenze, dalle ore 9.30 si terrà la giornata inaugurale di Milanosifastoria.

Milanosifastoria è un progetto pluriennale (per il quale BBN ha sottoscritto il protocollo) per il rilancio della cultura e della formazione storica nell’area milanese, promosso dal Comune di Milano e dalla Rete #Milanosifastoria, in collaborazione con Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia – Ambito Territoriale di Milano, Soprintendenza Archivistica per la Lombardia, Archivio di Stato e con il patrocinio del Dipartimento di Studi storici dell’Università degli Studi di Milano.

QUI il programma
QUI la locandina

La prima edizione del progetto si occuperà della “Storia della istruzione, formazione ed educazione a Milano e in altre aree comparabili“, proseguirà per tutta la settimana (3 – 9 novembre) e fino a settembre 2015, in varie sedi di Milano e dell’hinterland, con seminari, tavole rotonde, reading, spettacoli, mostre, visite guidate, laboratori, sperimentazioni didattiche e altre forme di partecipazione attiva della cittadinanza.
Tutte le informazioni sul Progetto e sulla Rete Milanosifastoria sono pubblicate in progress nella pagina www.facebook.com/milanosifastoria e nel sito www.storieinrete.org.

Noi ci saremo, e tu? :)

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Oct
15

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Dopo i primi due, Autocad in 18 ore e Costruzioni geometriche con ProgeCAD, è stato oggi pubblicato il terzo testo digitale di disegno di Giuseppe Ruggiero, Ricerche costruttive con Google Sketchup

Il modulo è stato elaborato pensando ad un utilizzo del programma anche da parte di chi ha solo nozioni di disegno manuale, con riga e compasso; dai comandi di base si passa alla modellazione di oggetti solidi, sino alla elaborazione di piccoli progetti realizzati dall’autore mediante prototipi, debitamente illustrati. In tal modo si vuole stimolare l’allievo ad acquisire abilità nell’elaborazione grafica e al contempo comprendere il passaggio, non privo di difficoltà, che dal progetto conduce, mediante il disegno, alla realizzazione di un’opera.

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I testi sono pubblicati nell’ambiente digitale DidaSfera, un ambiente per l’apprendimento che contiene testi di varie discipline e che offre strumenti di lavoro e di condivisione (QUI il primo post che spiega DidaSfera – dovrei scriverne uno aggiornato…).

Copio incollo la premessa dell’autore:

Premessa: ideazione e mezzi di espressione

I metodi e le elaborazioni grafiche illustrate nel presente modulo sono il frutto della sperimentazione con SketchUp® nella redazione di disegni costruttivi.

Il disegno e la geometria che ne è alla base rappresentano non solo il mezzo principale di trasmissione delle informazioni progettuali, necessarie ai fini dell’esecuzione di un’opera di architettura, ma il linguaggio (potremmo anche dire, la categoria logica) con cui le idee vengono organizzate e subiscono una prima verifica in termini di possibilità realizzative.
Come è stato ben illustrato da studiosi quali il Panofsky (si veda La prospettiva come forma simbolica pubblicato nel 1927), il mezzo di espressione è elemento costitutivo del pensiero stesso; dunque in Architettura, le modalità di elaborazione e rappresentazione delle idee dell’autore derivano in parte anche dallo strumento espressivo (il medium) che si utilizza.

Queste brevi considerazioni sono alla base della mia scelta di utilizzare un programma come Google_SketchUp® per l’elaborazione dei disegni costruttivi nella progettazione architettonica e nel design.

Dopo la “rivoluzione CAD” per personal computer, cominciata con il programma Autocad® dell’Autodesk (all’inizio degli anni ’80 del Novecento) e validamente continuata da programmi di disegno a oggetti (si vedano, ad esempio, i modelli realizzati con Arcon® nella mia Guida pratica alla progettazione architettonica, pubblicata da Hoepli), il programma di disegno di Google® mi è sembrato il più adatto per un progettista (non un semplice “calcolatore”) di strutture e di soluzioni tecnologiche, grazie agli strumenti davvero innovativi e intuitivi che mette a disposizioni per chi voglia modellare l’organismo architettonico (approfondendone i dettagli e dando informazioni immediatamente leggibili ai fini esecutivi) e non verificare semplicemente soluzioni standard, in certa misura preconfezionate; la presenza di una versione gratuita del software ha fatto sì che, negli anni, gli utilizzatori di tutto il mondo abbiano potuto dar vita a una vastissima libreria di componenti, che l’allievo può liberamente utilizzare nei suoi progetti, magari adattandoli alle proprie esigenze e alla specificità del suo lavoro.

Il modulo è organizzato in unità didattiche nelle quali vengono illustrati, con chiare e sintetiche annotazioni, i disegni eseguiti e proposti all’allievo, nella convizione che, come in molti altri contesti, “si impara facendo”.

In particolare, le unità iniziali sono dedicate a una descrizione dei comandi principali, tratti da una guida di riferimento rapido messa gratuitamente a disposizione da Google®, mentre le successive unità illustrano l’esecuzione di tavole di disegno via via più complesse, per concludere con la elaborazione di piccoli progetti di design (si tratta di elementi di arredo e di oggetti d’uso) che l’allievo potrebbe anche realizzare personalmente, da solo o in gruppo, nel laboratorio tecnologico della scuola.

Giuseppe Ruggiero

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Jul
26

Ci sono cose che vengono comunicate senza alcuna spiegazione, a volte poi non vengono comunicate affatto, semplicemente, a un certo punto, si sanno. Di solito succede così.
Noi invece ne abbiamo parlato addirittura prima: ci siamo consultati con un buon numero di collaboratori per sentire la loro opinione e i loro suggerimenti. Sappiamo infatti che la nostra indipendenza è uno dei motivi per i quali la maggior parte di loro ha deciso di partecipare a questa avventura. Sappiamo che la nostra singolare struttura (reticolare e senza una vera “catena di comando”), la libertà intellettuale e operativa garantita, la particolare gestione collettiva dei diritti economici, tutte queste cose e altre fanno sì che anche il redattore arrivato ieri dica “noi di BBN”, fanno sì che ci sia un orgoglio di appartenenza fortemente condiviso. E lo dico con un po’ di spocchia, sì.

Proprio in virtù di questo abbiamo rifiutato, negli anni, una manciata di offerte di partnership, più o meno strette, perché avrebbero comportato ciascuna a suo modo una percezione di co-branding non gradita o, addirittura, una cannibalizzazione della nostra piccola organizzazione che ci avrebbe quantomeno snaturati.

Scrivevo nel 2011, in risposta a una gentile proposta ricevuta, che

Ad ogni combinazione o aggregazione di aziende si associano dei rischi che vanno oltre a quelli d’impresa o a quelli specifici del settore di appartenenza.”

e che

“In imprese come le nostre il capitale intellettuale è quello che differenzia un’azienda dai suoi competitors, è quello che crea la vera identità del brand e rappresenta un punto di forza irrinunciabile.
Questo giustificherà almeno in parte quella che vi potrà sembrare una decisa difesa della nostra identità imprenditoriale.”

Insomma, risposi picche.
Spiegai che l’identità di due aziende non è un semilavorato che si può accoppiare, che ogni brand si fa carico di mondi semiotici e che costruiamo significati con ogni nostra scelta.
Nel nostro caso, per esempio, DidaSfera rappresenta bene il “tutto” BBN, la filosofia, i prodotti, il flusso produttivo stesso.

Tuttavia in questi anni BBN è cresciuta, le persone che hanno investito e quelle che ancora stanno investendo il loro tempo nei progetti comuni sono più di cento, e un’alleanza chiara, con obiettivi condivisi, supporto e complicità, sarebbe stata molto utile per garantire il lavoro di tutti.
E quindi con onestà e trasparenza ho espresso le mie preoccupazioni: BBN deve diventare adulta, e io non le basto più.

Inoltre, questa volta, il rispetto con il quale siamo stati avvicinati, la sincera curiosità sul nostro lavoro, la comune consapevolezza di lavorare per un futuro che è già qui ma mal digerito, visioni comuni sulla scuola – non considerata solo come un mercato di riferimento – ci hanno portati a considerare seriamente la possibilità di collaborare.
Con-labōrare, cioè fare programmi e lavorare insieme, aiutare e accettare l’aiuto.

Aggiungo anche che tra le, davvero tante, cose che sono state da noi collettivamente valutate prima di prendere questa decisione, c’è anche una considerazione (da parte mia, diciamolo pure, anche di tipo politico) sulla comune consapevolezza della responsabilità sociale dell’impresa.

È quindi con orgoglio, lo stesso che ci fa versare sangue e sudore da anni in BBN, che annunciamo la partnership con Giunti Editore.

Cosa cambierà? Non ci nascondiamo dietro a un dito: ferma la nostra indipendenza, saremo messi in condizione di lavorare più serenamente, di non tirarci fuori di bocca i soldi per partecipare a un convegno insomma :-)
Inoltre i rappresentanti della rete distributiva Giunti racconteranno quello che facciamo nelle scuole, gestiranno le adozioni e questo costituisce una garanzia per il lavoro di tutti. Avremo modo di pubblicare delle co-edizioni, unendo esperienze e competenze, e avremo più forza per accompagnare le scuole in questo momento di evoluzione.
Resteremo indipendenti, dicevo, ma già abbiamo un sacco di progetti reciprocamente condivisi ai quali iniziare a lavorare.

Con l’entusiasmo di sempre.

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May
27

Sono interessanti gli atti del convegno biennale di Confindustria: “People first. Il capitale sociale e umano: la forza del Paese“. Bari, 28-29 marzo 2014.

Si dice l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, e non solo perché è scritto nel primo articolo della nostra Costituzione, ma perché pur non avendo risorse naturali (non abbiamo petrolio e non abbiamo diamanti anche se, dico io, abbiamo una bellezza che…) abbiamo persone che lavorano, persone che intraprendono. Cioè il nostro capitale sono le persone che creano cultura e sviluppo lavorando, innovando e facendo impresa.

L’impegno e la passione di queste persone che dedicano la vita al lavoro sono sostenuti da dei valori. Questo, a parer mio, è uno dei passi più importanti:

Tra quei lavori è molto rilevante il riconoscimento che lo studio conta più della fortuna e del semplice talento, che deve essere fatto emergere e coltivato. Se tale riconoscimento è carente o si perde, anche il ruolo dell’istruzione viene sminuito e la sua qualità deperisce”.

Senza il processo di scolarizzazione di massa del dopoguerra, che ha consentito di conseguire il diploma di terza media all’85% delle persone nei primi anni settanta (vent’anni prima era il 16%) e la maturità al 50% di persone (dal 9%), non avremmo avuto industrializzazione e boom economico.

“Il capitale umano e il capitale sociale sono i veri asset italiani. Quelli che ieri hanno affrancato il Paese da povertà e arretratezza economica e quelli su cui oggi si deve contare sia per difendere le conquiste di benessere e civiltà raggiunte, sia per affrontare i grandi cambiamenti del nostro tempo.”

Globalizzazione e nuove tecnologie, certo, ma attenzione, anche i grandi scompensi demografici dovuti all’aumento della speranza di vita, il calo della fertilità e la crescita dell’immigrazione. Cambiamenti internazionali che comportano un ruolo diverso e più difficile al sistema di istruzione e formazione. E qui veniamo a uno dei punti più interessanti.

“I futuri cittadini e lavoratori non solo devono essere in grado di utilizzare le nuove tecnologie, ma hanno anche bisogno di accrescere la loro capacità di apprendere”.

Il mondo corre veloce, basta pensare alle macchine e ai software che hanno un’obsolescenza rapidissima, e soprattutto all’età che hanno colossi come Google e Facebook diffusi in brevissimo tempo in modo capillare a livello planetario (e alle dinamiche che questo comporta). È sempre più vero che l’essenziale è imparare ad imparare, perché non sappiamo cosa dovremo sapere tra pochi anni. Di quali conoscenze avremo bisogno? Contano quindi gli strumenti ci consentano di acquisirle queste conoscenze. E conta anche il fatto che siano meglio distribuite:

“Per innalzare il tasso di innovazione dell’economia e il ritmo di aumento della produttività non sarà sufficiente completare la convergenza nella quantità di istruzione con gli altri paesi avanzati, ma sarà indispensabile elevare anche la sua qualità e ridurre la disuguaglianza nella sua distribuzione.”

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Un paragrafo intero dell’introduzione agli atti è quindi dedicato alla scuola. Il titolo è “La scuola italiana non è immobile” (pag.15).
Un mito da sfatare, insomma, finalmente. Costituiscono problema invece i divari territoriali (alla faccia degli INVALSI). Fonte i test OCSE-PISA, dopo quella che viene definita una buona performance della scuola primaria le competenze iniziano ad arretrare già nella secondaria di primo grado. Alto poi il tasso di abbandono scolastico. Tuttavia, ci dicono, tra mille difficoltà (e mi sa che ne hanno tralasciate altre mille) le scuole italiane si sono trasformate e hanno saputo ottenere risultati importanti, anche nell’accoglienza dei giovani di origine straniera.

Sono migliorate infatti le competenze matematiche e scientifiche, in dieci anni il punteggio di matematica è cresciuto di 20 punti, peccato però che questa crescita sia rallentata nel 2012, e peccato, dico io, che venga attribuito questo progresso alla diffusione dei test standardizzati.
Infatti ci dicono che, nonostante questi, il progresso è eterogeneo.
Tuttavia bisogna migliorare perchè se riuscissimo a raggiungere, nei prossimi vent’anni, la Finlandia, il nostro PIL di lungo periodo migliorerebbe  di 1,3 punti percentuali, tantissimo.

Cosa fare per migliorare? Il primo dei suggerimenti è quello di insistere sulla didattica delle competenze, come già per la primaria anche nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Inoltre nei licei si deve insistere sulle materie scientifiche ed economico sociali e, dato il boom dell’imprenditorialità giovanile (che ci raccontano indotta dalle tecnologie ITC, tacendo le partite iva forzate che nascono e spariscono come funghi) diffondere una maggiore cultura di impresa.

Se sul primo suggerimento ho dei dubbi, e sicuramente dissento dalle motivazioni, la seconda ricetta fa ancora più male: rafforzare il binomio autonomia-valutazione.

“Se la valutazione funziona bene, la prima [l’autonomia] può estendersi anche al sistema di reclutamento dei docenti. È soprattutto da loro che dipende la qualità delle scuole e il processo di riforma dovrebbe abolire le graduatorie per anzianità e utilizzare i concorsi o, meglio ancora, le chiamate dirette da parte degli istituti scolastici.”

Sul terzo poi ci farei la rivoluzione. Partendo dal fatto che i test INVALSI hanno evidenziato come i ragazzi stranieri di seconda generazione abbiano avuto risultati decisamente migliori rispetto a quelli di prima generazione, e che la distanza che li separa da quelli italiani non cresce con l’avanzare della carriera scolastica (e vanno meglio in matematica, pensa un po’), ecco, partendo da questi dati il rimedio suggerito è la temporanea “classe di inserimento”. Torniamo cioè alle classi differenziali (create durante il ventennio e abolite solo nel ’77), e per far questo:

“Serve ovviamente trovare risorse aggiuntive e vincere le resistenze culturali degli “altruisti irrazionali” che le considerano una minaccia per la tradizionale inclusività della scuola italiana”

Ci dicono infatti che “L’esperienza francese sembra però suggerire il contrario“. Serve ricordare i risultati francesi delle ultime recentissime elezioni europee?

In ogni caso è interessante la relazione sull’integrazione a partire da pag.29. La questione delle classi “di inserimento” è descritta a pag.95 con giusti presupposti ma sbagliate e pericolose conclusioni che, tra l’altro, sono a mio parere più costose economicamente (sia in modo diretto che indiretto) di altre soluzioni di sostegno.

Gli atti sono QUI.

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Apr
21

Lingotto Fiere, 8-12 maggio 2014

salone_libro_torino

Il Bene, nelle sue implicazioni storiche, etiche e filosofiche, è il motivo conduttore della XXVII edizione del Salone del Libro.

L’attuale crisi ecologica, sociale ed economica porta alla visione di un futuro sostenibile, di uno sviluppo dove l’economia del Bene Comune sia sostenuta da iniziative private e governative. E la manifestazione torinese, tra le tante declinazioni dell’idea di bene, propone anche quella di Bene Comune:

Negli ultimi anni è cresciuta una sensibilità collettiva sul concetto e sulla pratica di Bene Comune nella gestione di risorse primarie e irrinunciabili, a partire dall’ambiente, dall’acqua ai farmaci salvavita, l’accesso a Internet, eccetera. È in discussione un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, un tempo affidato alle logiche di mercato.

Segnalo quindi il nostro piccolo contributo:

Piattaforme editoriali e disintermediazione: il testo che nasce nella scuola e l’equivoco del bene comune.

Giuseppo Dino Baldi (Responsabile Dipartimento Digitale, Giunti Scuola),
Maurizio Chatel (direttore editoriale, BBN editrice),
Gino Roncaglia (Università della Tuscia)
modera Giovanni Solimine (Università La Sapienza)

Editare un testo è una scelta che implica ampie considerazioni di carattere culturale e di etica del lavoro. In primo luogo, la certificazione delle fonti da cui la conoscenza deriva; il confronto tra self publishing e intermediazione può avvenire solo a partire da una base deontologica comune che garantisca il diritto a un’istruzione di qualità uguale per tutti (primum non nocere). In secondo luogo, l’intermediazione può garantire un lavoro intellettuale in grado di generare ricchezza e circolazione delle idee: in questo senso essa è Servizio.

Venerdì 9 maggio alle ore 20, spazio Book to the future

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